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Veglia Biblica all’apertura AG 2007
Mc 10,46-52: …”Coraggio! Alzati, ti chiama!...”
L’episodio del cieco di Gerico, Bartimeo,
chiude la lunga sezione che raccoglie le esigenze
radicali della “sequela” di Gesù: amore gratuito, senza
riserve e senza limiti (“Se qualcuno vuol venire dietro
di me...), rinuncia ai beni e a ogni ambizione (giovane
ricco e “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di
tutti e il servo di tutti”), servizio disinteressato ai
fratelli (richiesta dei figli di Zebedeo “I capi delle
nazioni le dominano, fra voi però non sia così”).
Sta per iniziare la salita verso la città
santa e con lui ci sono i discepoli e molta folla (v.
46).
I discepoli sono spaventati e preoccupati
per le fosche previsioni di Gesù a proposito della sua
passione e sperano che siano state pronunciate in un
momento di amarezza e di sconforto e sono convinti che
alla fine tutto si concluderà con un trionfo. La loro
condizione spirituale è simile a quella dei ciechi.
Prima di iniziare la salita verso
Gerusalemme Gesù compie un ultimo segno: guarisce un
altro cieco, un mendicante seduto ai margini della
strada, di nome Bartimeo. Questi è il modello del
discepolo che incontra Gesù e lo segue con occhi nuovi.
Seduto lungo la via Bartimeo chiede
l’elemosina: non è
autosufficiente, deve mendicare tutto, anche gli
affetti, dipende dagli altri, dalle cose, dagli
avvenimenti. Il primo passo che compie verso la
guarigione è la presa di coscienza della sua situazione
(v. 47).
La situazione della propria vita: c’è chi
si adatta alla sua condizione, e chi, invece la ritiene
inaccettabile e cerca una via d’uscita. Bartimeo non si
rassegna alla tenebra nella quale è immerso.
Sente parlare di Gesù
(vv. 47-48) e capisce che gli si sta per presentare
l’occasione della vita: può incontrare il Figlio di
Davide… allora vince la paura, l’imbarazzo e la
vergogna. Grida, chiede aiuto, non vuole più rimanere
nel suo stato.
Prima di raggiungere Cristo
si imbatte nei discepoli e nella folla che non gli
consentono di gridare la propria supplica. Bartimeo si
rende conto di muoversi contromano, si sente subito
contrastato nel proprio sforzo di incontrare Gesù. Il
cieco non si scoraggia, non nasconde la sua angoscia;
grida e chiede aiuto a chi può aprirgli gli occhi.
Anche coloro che accompagnano Gesù
possono costituire un impedimento per chi cerca di
accostarsi alla luce del Vangelo. E’ accaduto a Gerico,
dove “molti sgridavano Bartimeo per farlo tacere”, e
continua ad accadere anche oggi.
Gesù ode il grido di Bartimeo
(v. 49) ed esige che gli sia condotto dinanzi. La sua
chiamata non giunge direttamente al cieco, c’è qualcuno
incaricato di trasmetterla.
Questi mediatori rappresentano gli
autentici seguaci di Cristo, sensibili al grido di chi
cerca la luce. Sono coloro che dedicano gran parte del
proprio tempo all’ascolto dei problemi dei fratelli in
difficoltà, che hanno sempre parole di incoraggiamento,
che indicano ai ciechi il cammino che conduce al
Maestro. Nelle loro parole un invito alla gioia e alla
speranza: “Coraggio! Alzati, ti chiama” (v. 49).
Il cieco balza in piedi, getta via il
mantello e corre incontro a colui che gli può dare la
vista
(v. 50). Non è così che normalmente un
cieco si comporta. Sarebbe più logico attendersi che,
sistematosi il mantello sulle spalle e muovendosi con
passo incerto, egli si facesse accompagnare da Gesù.
Invece getta via tutto, balza in piedi e corre spedito.
La scena ha quindi un valore simbolico e un messaggio
teologico da comunicare.
In Israele il mantello era considerato
l’unico bene posseduto dal povero: “E’ la sua sola
coperta, è il mantello per la sua pelle; senza di esso
come potrebbe coprirsi quando dorme?” (Es 22,26).
Il gesto di abbandonarlo indica il
distacco completo, deciso, radicale dalla condizione in
cui è vissuto. Il suo gesto richiama quello che i
catecumeni della comunità di Marco compivano nel giorno
del loro battesimo: gettavano via il vestito vecchio
(rinuncia alla vita antica, alle abitudini, ai
comportamenti incompatibili con le scelte fatte),
rifiutavano ciò che impediva loro di correre dietro al
Maestro.
Il racconto si conclude con il dialogo
fra Gesù e il cieco: “Che
vuoi che io ti faccia?” E il cieco a lui: “ Rabbuni, che
io riabbia la vista!” E Gesù gli disse: “Và, la tua fede
ti ha salvato”. E subito riacquistò la vista e
prese a seguirlo per la strada (vv. 51-52). La fede
di Bartimeo, che riconosce in Gesù il Messia salvatore,
che si fa invocazione a lui, gli ottiene non solamente
la guarigione fisica, ma lo rende suo discepolo.
Bartimeo si mette a seguire Gesù, anche se non sa ancora
dove lo condurrà. Ha capito però l’essenziale: ciò che
importa è rimanere con lui. Il Maestro chiede a ogni
uomo che cerca la luce di fare la sua professione di
fede, di credere in lui che è la luce.
“Io sono la luce del mondo, chi segue me
non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”
(Gv 8,12). L’incontro con Cristo e la sua luce pone
l’uomo in una condizione non facile.
Bartimeo
prima era seduto, ora deve mettersi a camminare; prima
aveva una sua “professione” che, bene o male, gli dava
da mangiare, ora deve inventarsi una vita completamente
nuova; prima aveva un luogo dove abitare, viveva tra
persone conosciute e amiche, ora deve partire per
un’avventura che si presenta impegnativa e rischiosa.
Chi si avvicina a Cristo non deve
illudersi di andare incontro a una vita comoda e senza
problemi. L’esperienza di Bartimeo insegna che è
molto arduo il cammino che attende chi ha accolto la
luce; essa obbliga a rivedere abitudini, comportamenti,
amicizie, esige che vengano gestiti in modo radicalmente
nuovo la vita, il tempo, i beni.
All’inizio di questa Assemblea ho voluto
farmi guidare da questa pagina evangelica.
Protagonista è Bartimeo, cieco: ha occhi
e non vede; mendicante: ha bisogno di aiuto, non può
salvarsi da solo. Bartimeo oggi sono io, siamo noi
membri di questa Assemblea, è l’Istituto PIME.
“In questi tempi di grande difficoltà ed
opportunità per la missione”, dice la preghiera per la
XIII AG. In questi anni all’interno della Chiesa, degli
Istituti missionari, ed anche all’interno del nostro
Istituto è tornato spesso l’interrogativo: che cosa è la
missione? Come fare la missione oggi? A livello
personale registriamo sentimenti ed idee diverse,
veniamo da tipi di formazione e di esperienze umane,
ecclesiali e missionarie differenti, abbiamo visto o
adottato metodi missionari contrastanti, la tentazione
del protagonismo/individualismo… Siamo stati più volte
provocati dalla domanda: “Siamo dove dovremmo essere, e
stiamo facendo quello che dovremmo fare?”. Ci sono
inoltre sfide esterne che provengono dal risveglio delle
religioni, che sfociano spesso nei vari fondamentalismi,
dal progressivo secolarismo, dal fenomeno della
globalizzazione, della immigrazione, dalla
concentrazione di masse di poveri nelle megalopoli, dai
mutamenti sociopolitici ed ecclesiali, ecc. E’ naturale,
quindi, la confusione, il disorientamento, lo
smarrimento, il senso di impotenza, con la conseguente
ricerca di difesa o di intolleranza.
Vieni, Signore Gesù, abbiamo bisogno
di luce!
Bartimeo non si rassegna alla sua
situazione di cieco e grida: Figlio di Davide, Gesù,
abbi pietà di me”. Il cieco chiama per nome Gesù, che
significa “Jahvè salva”. C’è però chi cerca di bloccare
la sua supplica, ma Bartimeo non si arrende, grida più
forte, chiede aiuto a chi gli può aprire gli occhi.
Bella questa immagine! Anche tra i nostri
confratelli ci sono quelli che non vogliono disturbare
il maestro, si sono ormai adagiati e rassegnati alla
loro condizione, che ritengono inutile ogni riflessione
e discussione sul come essere e fare missione, che si
accontentano e tirano a campare.
Invece bisogna reagire, affrontare con
coraggio le difficoltà, le sfide e…chiamare il nome di
Gesù.
“Gesù, Vangelo di Dio, è stato
assolutamente il primo e il più grande
evangelizzatore. Lo è stato fino alla fine: fino
alla perfezione e fino al sacrificio della sua vita
terrena” ( EN 7 )
C.16: “Fondamento e modello della nostra
vita apostolica è Cristo Evangelizzatore”…
L’attività missionaria, dice la RM, cap.
VIII, esige una specifica spiritualità: “Lasciarsi
condurre dallo Spirito; Vivere il mistero di Cristo
“inviato”; Amare la Chiesa e gli uomini come li ha amati
Gesù; Il vero missionario è il santo”.
“Non ci seduce certo la prospettiva
ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro
tempo, possa esserci una formula magica. No, non una
formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che
essa ci infonde: Io sono con voi!” (NMI 29).
Signore Gesù, liberaci dalla nostra
incapacità di vedere e rendici forti, audaci, capaci di
scelte e di decisioni responsabili.
Gesù si ferma e invita: “Chiamatelo”. Il
povero grida e il Signore lo ascolta!
Gesù si serve di altri per chiamare il
cieco, come si era servito dei discepoli per distribuire
i pani miracolosamente moltiplicati (Mc 6,41). Accanto a
confratelli, stanchi e rassegnati, ci sono però altri
confratelli attenti e pronti a mettersi in gioco, ad
impegnarsi, a rimboccarsi le maniche. Fratelli dagli
occhi grandi e dal cuore aperto, però discreti nel loro
modo di essere e di fare, pronti ad ascoltare, a farsi
carico dei pesi e delle difficoltà degli altri,
propositivi, capaci di trasmettere ottimismo e speranza.
Fratelli che dicono al fratello stanco, debole, fragile:
“Coraggio! Alzati! Ti chiama!” Coraggio: dove c’è Gesù
non ha più ragione d’essere la paura (Mc 4,40); Alzati:
su, in piedi; Ti chiama: cioè ti vuole; gli stai a
cuore.
Grazie, Signore, per il dono di questi
fratelli!
Bartimeo risponde con tre gesti: balza in
piedi, getta via il mantello, corre incontro a colui che
gli può dare la vista. Abbiamo detto che questo
comportamento, strano per un cieco, sottintende un
grande insegnamento.
Il mantello per un povero era tutto. Col
mantello si copriva, su di esso dormiva, al punto che la
legge prescriveva che se il povero avesse dato in pegno
il mantello, gli doveva essere restituito prima di sera:
“Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto
del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello
e benedirti” (Dt 24,12).
Gettar via il mantello voleva dire
liberarsi di tutte le sicurezze e fidarsi solo di Gesù.
Bartimeo getta il mantello che simboleggia la sua vita
di sofferenza ed emarginazione, la sua identità vecchia
per una vita nuova.
Sappiamo abbandonare le nostre paure, i
pretesti, i pregiudizi, le nostre maschere, le nostre
tristezze, delusioni, garanzie, comodità per ripartire,
per metterci alla sequela di Gesù, per prendere il
largo?
Signore Gesù, liberaci dalle tante
“schiavitù” che ci trattengono dal deciderci per te!
Cosa vuoi che io faccia per te?. E’ la
domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi, e alla quale
dobbiamo rispondere. Bartimeo, senza mantello, stando
davanti a Gesù, lo supplica: “Rabbuni, che io riabbia la
vista!”. E la prima cosa che lui vedrà sarà il volto di
Gesù.
Và, la tua fede ti ha salvato: la fede è
consegna di sé, è comunione con Gesù a cui ci si
concede.
Per Bartimeo non c’è una chiamata diretta
come con gli altri discepoli e con Levi. Gesù dicendo:
Và, lascia al cieco la libertà di andarsene, senza
chiedere nulla in cambio del beneficio che gli ha
accordato.
“E subito riacquistò la vista e prese a
seguirlo per la strada”: di fatto la luce che ora vede
lo guida a seguire Gesù e a seguirlo sulla strada che
porta a Gerusalemme.
Signore Gesù, che io riabbia la vista,
che io veda perché possa seguirti senza paure e
reticenze.
Ti preghiamo per l’intercessione di
Maria, Madre della Chiesa e dell’umanità, dei nostri
martiri e santi missionari che già contemplano il tuo
volto. Amen
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