13a ASSEMBLEA GENERALE
Comunione e Missione "ad extra" nel III millennio

 

Veglia Biblica all’apertura AG 2007
Mc 10,46-52: …”Coraggio! Alzati, ti chiama!...”

 

L’episodio del cieco di Gerico, Bartimeo, chiude la lunga sezione che raccoglie le esigenze radicali della “sequela” di Gesù: amore gratuito, senza riserve e senza limiti (“Se qualcuno vuol venire dietro di me...), rinuncia ai beni e a ogni ambizione (giovane ricco e “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”), servizio disinteressato ai fratelli (richiesta dei figli di Zebedeo “I capi delle nazioni le dominano, fra voi però non sia così”).

Sta per iniziare la salita verso la città santa e con lui ci sono i discepoli e molta folla (v. 46).

I discepoli sono spaventati e preoccupati per le fosche previsioni di Gesù a proposito della sua passione e sperano che siano state pronunciate in un momento di amarezza e di sconforto e sono convinti che alla fine tutto si concluderà con un trionfo. La loro condizione spirituale è simile a quella dei ciechi.

Prima di iniziare la salita verso Gerusalemme Gesù compie un ultimo segno: guarisce un altro cieco, un mendicante seduto ai margini della strada, di nome Bartimeo. Questi è il modello del discepolo che incontra Gesù e lo segue con occhi nuovi.  

 

Seduto lungo la via Bartimeo chiede l’elemosina: non è autosufficiente, deve mendicare tutto, anche gli affetti, dipende dagli altri, dalle cose, dagli avvenimenti. Il primo passo che compie verso la guarigione è la presa di coscienza della sua situazione (v. 47).

La situazione della propria vita: c’è chi si adatta alla sua condizione, e chi, invece la ritiene inaccettabile e cerca una via d’uscita. Bartimeo non si rassegna alla tenebra nella quale è immerso.

Sente parlare di Gesù (vv. 47-48) e capisce che gli si sta per presentare l’occasione della vita: può incontrare il Figlio di Davide… allora vince la paura, l’imbarazzo e la vergogna. Grida, chiede aiuto, non vuole più rimanere nel suo stato.

Prima di raggiungere Cristo si imbatte nei discepoli e nella folla che non gli consentono di gridare la propria supplica. Bartimeo si rende conto di muoversi contromano, si sente subito contrastato nel proprio sforzo di incontrare Gesù. Il cieco non si scoraggia, non nasconde la sua angoscia; grida e chiede aiuto a chi può aprirgli gli occhi.

Anche coloro che accompagnano Gesù possono costituire un impedimento per chi cerca di accostarsi alla luce del Vangelo. E’ accaduto a Gerico, dove “molti sgridavano Bartimeo per farlo tacere”, e continua ad accadere anche oggi.

Gesù ode il grido di Bartimeo (v. 49) ed esige che gli sia condotto dinanzi. La sua chiamata non giunge direttamente al cieco, c’è qualcuno incaricato di trasmetterla.

Questi mediatori rappresentano gli autentici seguaci di Cristo, sensibili al grido di chi cerca la luce. Sono coloro che dedicano gran parte del proprio tempo all’ascolto dei problemi dei fratelli in difficoltà, che hanno sempre parole di incoraggiamento, che indicano ai ciechi il cammino che conduce al Maestro. Nelle loro parole un invito alla gioia e alla speranza: “Coraggio! Alzati, ti chiama” (v. 49).

Il cieco balza in piedi, getta via il mantello e corre incontro a colui che gli può dare la vista

(v. 50). Non è così che normalmente un cieco si comporta. Sarebbe più logico attendersi che, sistematosi il mantello sulle spalle e muovendosi con passo incerto, egli si facesse accompagnare da Gesù. Invece getta via tutto, balza in piedi e corre spedito. La scena ha quindi un valore simbolico e un messaggio teologico da comunicare.

In Israele il mantello era considerato l’unico bene posseduto dal povero: “E’ la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; senza di esso come potrebbe coprirsi quando dorme?” (Es 22,26).

Il gesto di abbandonarlo indica il distacco completo, deciso, radicale dalla condizione in cui è vissuto. Il suo gesto richiama quello che i catecumeni della comunità di Marco compivano nel giorno del loro battesimo: gettavano via il vestito vecchio (rinuncia alla vita antica, alle abitudini, ai comportamenti incompatibili con le scelte fatte), rifiutavano ciò che impediva loro di correre dietro al Maestro.

Il racconto si conclude con il dialogo fra Gesù e il cieco: “Che vuoi che io ti faccia?” E il cieco a lui: “ Rabbuni, che io riabbia la vista!” E Gesù gli disse: “Và, la tua fede ti ha salvato”. E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada (vv. 51-52). La fede di Bartimeo, che riconosce in Gesù il Messia salvatore, che si fa invocazione a lui, gli ottiene non solamente la guarigione fisica, ma lo rende suo discepolo. Bartimeo si mette a seguire Gesù, anche se non sa ancora dove lo condurrà. Ha capito però l’essenziale: ciò che importa è rimanere con lui. Il Maestro chiede a ogni uomo che cerca la luce di fare la sua professione di fede, di credere in lui che è la luce.

“Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). L’incontro con Cristo e la sua luce pone l’uomo in una condizione non facile.

Bartimeo prima era seduto, ora deve mettersi a camminare; prima aveva una sua “professione” che, bene o male, gli dava da mangiare, ora deve inventarsi una vita completamente nuova; prima aveva un luogo dove abitare, viveva tra persone conosciute e amiche, ora deve partire per un’avventura che si presenta impegnativa e rischiosa.

Chi si avvicina a Cristo non deve illudersi di andare incontro a una vita comoda e senza problemi. L’esperienza di Bartimeo insegna che è molto arduo il cammino che attende chi ha accolto la luce; essa obbliga a rivedere abitudini, comportamenti, amicizie, esige che vengano gestiti in modo radicalmente nuovo la vita, il tempo, i beni.

 

All’inizio di questa Assemblea ho voluto farmi guidare da questa pagina evangelica.

 

Protagonista è Bartimeo, cieco: ha occhi e non vede; mendicante: ha bisogno di aiuto, non può salvarsi da solo. Bartimeo oggi sono io, siamo noi membri di questa Assemblea, è l’Istituto PIME.

“In questi tempi di grande difficoltà ed opportunità per la missione”, dice la preghiera per la XIII AG. In questi anni all’interno della Chiesa, degli Istituti missionari, ed anche all’interno del nostro Istituto è tornato spesso l’interrogativo: che cosa è la missione? Come fare la missione oggi? A livello personale registriamo sentimenti ed idee diverse, veniamo da tipi di formazione e di esperienze umane, ecclesiali e missionarie differenti, abbiamo visto o adottato metodi missionari contrastanti, la tentazione del protagonismo/individualismo… Siamo stati più volte provocati dalla domanda: “Siamo dove dovremmo essere, e stiamo facendo quello che dovremmo fare?”.  Ci sono inoltre sfide esterne che provengono dal risveglio delle religioni, che sfociano spesso nei vari fondamentalismi, dal progressivo secolarismo, dal fenomeno della globalizzazione, della immigrazione, dalla concentrazione di masse di poveri nelle megalopoli, dai mutamenti sociopolitici ed ecclesiali, ecc. E’ naturale, quindi, la confusione, il disorientamento, lo smarrimento, il senso di impotenza, con la conseguente ricerca di difesa o di intolleranza.

Vieni, Signore Gesù, abbiamo bisogno di luce!

 

Bartimeo non si rassegna alla sua situazione di cieco e grida: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Il cieco chiama per nome Gesù, che significa “Jahvè salva”. C’è però chi cerca di bloccare la sua supplica, ma Bartimeo non si arrende, grida più forte, chiede aiuto a chi gli può aprire gli occhi.

Bella questa immagine! Anche tra i nostri confratelli ci sono quelli che non vogliono disturbare il maestro, si sono ormai adagiati e rassegnati alla loro condizione, che ritengono inutile ogni riflessione e discussione sul come essere e fare missione, che si accontentano e tirano a campare.

Invece bisogna reagire, affrontare con coraggio le difficoltà, le sfide e…chiamare il nome di Gesù.

Gesù, Vangelo di Dio, è stato assolutamente il primo e il più grande evangelizzatore. Lo è stato fino alla fine: fino alla perfezione e fino al sacrificio della sua vita terrena” ( EN 7 )

C.16: “Fondamento e modello della nostra vita apostolica è Cristo Evangelizzatore”…

L’attività missionaria, dice la RM, cap. VIII, esige una specifica spiritualità: “Lasciarsi condurre dallo Spirito; Vivere il mistero di Cristo “inviato”; Amare la Chiesa e gli uomini come li ha amati Gesù; Il vero missionario è il santo”.

“Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!” (NMI 29).

Signore Gesù, liberaci dalla nostra incapacità di vedere e rendici forti, audaci, capaci di scelte e di decisioni responsabili.

 

Gesù si ferma e invita: “Chiamatelo”.  Il povero grida e il Signore lo ascolta!

Gesù si serve di altri per chiamare il cieco, come si era servito dei discepoli per distribuire i pani miracolosamente moltiplicati (Mc 6,41). Accanto a confratelli,  stanchi e rassegnati, ci sono però altri confratelli attenti e pronti a mettersi in gioco, ad impegnarsi, a rimboccarsi le maniche. Fratelli dagli occhi grandi e dal cuore aperto, però discreti nel loro modo di essere e di fare, pronti ad ascoltare, a farsi carico dei pesi e delle difficoltà degli altri, propositivi, capaci di trasmettere ottimismo e speranza. Fratelli che dicono al fratello stanco, debole, fragile: “Coraggio! Alzati! Ti chiama!” Coraggio: dove c’è Gesù non ha più ragione d’essere la paura (Mc 4,40); Alzati: su, in piedi; Ti chiama: cioè ti vuole; gli stai a cuore.

Grazie, Signore, per il dono di questi fratelli!

 

Bartimeo risponde con tre gesti: balza in piedi, getta via il mantello, corre incontro a colui che gli può dare la vista. Abbiamo detto che questo comportamento, strano per un cieco, sottintende un grande insegnamento.

Il mantello per un povero era tutto. Col mantello si copriva, su di esso dormiva, al punto che la legge prescriveva che se il povero avesse dato in pegno il mantello, gli doveva essere restituito prima di sera: “Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti” (Dt 24,12).

Gettar via il mantello voleva dire liberarsi di tutte le sicurezze e fidarsi solo di Gesù. Bartimeo getta il mantello che simboleggia la sua vita di sofferenza ed emarginazione, la sua identità vecchia per una vita nuova.

Sappiamo abbandonare le nostre paure, i pretesti, i pregiudizi, le nostre maschere, le nostre tristezze, delusioni, garanzie, comodità per ripartire, per metterci alla sequela di Gesù, per prendere il largo?

Signore Gesù, liberaci dalle tante “schiavitù” che ci trattengono dal deciderci per te!

 

Cosa vuoi che io faccia per te?. E’ la domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi, e alla quale dobbiamo rispondere. Bartimeo, senza mantello, stando davanti a Gesù, lo supplica: “Rabbuni, che io riabbia la vista!”. E la prima cosa che lui vedrà sarà il volto di Gesù.

Và, la tua fede ti ha salvato: la fede è consegna di sé, è comunione con Gesù a cui ci si concede.

Per Bartimeo non c’è una chiamata diretta come con gli altri discepoli e con Levi. Gesù dicendo: Và, lascia al cieco la libertà di andarsene, senza chiedere nulla in cambio del beneficio che gli ha accordato.

“E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”: di fatto la luce che ora vede lo guida a seguire Gesù e a seguirlo sulla strada che porta a Gerusalemme.

Signore Gesù, che io riabbia la vista, che io veda perché possa seguirti senza paure e reticenze.

Ti preghiamo per l’intercessione di Maria, Madre della Chiesa e dell’umanità, dei nostri martiri e santi missionari che già contemplano il tuo volto. Amen

 

 

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