P.I.M.E.

  Mission BLOG 

  Print

Prey Veng, Cambogia - 16 febbraio 2010

 

“Cento specie di amori …”

 

"Chi ha cento specie di amori

ha cento specie di dolori.

Chi ha novanta specie d'amori

ha novanta specie di dolori.

...

Chi ha un amore

ha un dolore.

Chi non ha amore

non ha dolore".[1]

 

“Non sono figli miei”, mi dico. Ma è come se lo fossero. Non dormo di notte per causa loro, anche se sono già tutti grandi. Mi arrabbio se li vedo perdere tempo, se fanno tardi a scuola, se la polvere sotto il letto ha superato il livello di guardia, se ascoltano la radiolina alle tre di notte, se puntano la sveglia per studiare e a svegliarsi sono solo io che dormo nella camera a fianco perché loro, la sveglia, non la sentono … Questa è buona parte della mia vita. Prendono tutto, i giorni, le notti. Il cuore. Grazie a Dio sono solo otto i giovani che vivono con noi all’ostello, ma a scuola ne abbiamo settantacinque: la classe decima e la classe undicesima. Il prossimo anno, a ottobre, il nostro Liceo arriverà ad avere cento e più alunni …

 

Siamo agli inizi. Ora gli edifici della scuola sono completi e stiamo iniziando a verificare, precisare, ampliare i contenuti di ogni singola materia, insistendo delicatamente con gli insegnanti responsabili, sollecitando un confronto, regalando qualche libro utile per successivi approfondimenti. Spesso si tratta di ri-motivare il loro impegno e ri-attivare il cuore dei ragazzi con una proposta chiara, sincera, positiva. Come dice qualcuno della scuola italiana, vorremmo evitare la “plastificazione dei contenuti e l’indifferenza al senso della storia e al significato morale della conoscenza[2]. Ci pare però importante anche dedicare tempo alle famiglie, per conoscerle e auspicare un lavoro educativo d’insieme. Papà e mamma sono importanti … Dice bene don Giussani nel suo libro, appena tradotto e pubblicato in lingua khmer: “A nulla varrebbe aver dato loro la vita, senza aiutare instancabilmente i figli a riconoscerne il senso totale di essa[3]. Vorremmo essere loro d’aiuto in questo compito. Un mese fa abbiamo “perso” uno dei nostri studenti. Frequentava la decima. Bravo, seriamente impegnato, ma povero. I genitori lo hanno più volte spinto a smettere di studiare per andare a lavorare nella vicina Thailandia. Alla fine ci sono riusciti. E’ mancato da scuola per due giorni. Lo pensavamo malato. Il terzo giorno abbiamo telefonato a casa per sapere delle sue condizioni ed era già partito. La Cambogia quanto a servizi ha poco, ma certi meccanismi, solitamente perversi, sono precisi come orologi svizzeri. Dalle frontiere passa di tutto … Ora di lui non sappiamo più niente.

Non sono figli miei”, mi dico.

 

La settimana scorsa a Phnom Penh, per caso, ho incontrato un giovane. Lo conosco dal 2003. In quell’anno, ancora impegnato nello studio della lingua khmer, seguivo un piccolo ostello per avviare giovani meno dotati ad un’esperienza di lavoro professionale. Questo ragazzo frequentava un corso per riparatori di condizionatori d’aria. Semplice, un poco debole. Ora me lo ritrovo più debole di prima. Anche lui ha avuto una parentesi in Thailandia. Catturato dalla polizia perché clandestino, in carcere ha preso stupefacenti, forse pillole, pasticche. Ha volato per qualche istante poi è precipitato … Ora non fa che ridere …

Non sono figli miei”, mi dico.

 

Invece no, lo sono, dentro o fuori dall’ostello.

 

Domani Sagn, uno dei ragazzi più brillanti che abbiamo, ha l’esame di selezione per il migliore studente di Fisica della provincia di Prey Veng. Ha già vinto a livello locale e quindi ha il diritto di accedere alle selezioni provinciali, con grandi probabilità di vincere ancora. So già che questa notte sentirò la sua sveglia suonare. Ci alzeremo, io a pregare, lui a risolvere l’ennesimo esercizio di termodinamica … Anche lui non è figlio mio, ma è come se lo fosse. Un’ora fa una graziosa figliola gli ha portato un portachiavi come augurio di buona fortuna per l’esame di domani. C’è un po’ di intesa fra i due, e tanta voglia di bene. Vorrei avere un ostello con almeno cento posti per aiutarne il più possibile. Altre volte vorrei sbatterli tutti fuori, anche quei pochi che abbiamo. Budda mi mette in guardia “Chi ha cento specie di amori ha cento specie di dolori …”. Questo vale per i figli, soprattutto per i figli.

 

Li vogliamo belli, brillanti, vincenti per vincere le battaglie che noi non abbiamo mai vinto e forse mai combattuto. Figli della rivincita, figli per dire al mondo chi siamo, figli dei nostri bisogni, figli solo per i cavoli nostri. Invece “i miei figli” sono tutti li a dirmi che c’è una distanza da custodire, un limite da rispettare, un linguaggio da imparare, un cammino da fare insieme. E per i figli più deboli, forse “figli di un Dio minore”, un mistero da contemplare.

Questo è il cammino che mi sta cambiando. Chi ha amore ha anche dolore. Il dolore del cambiamento, il dolore di vedere i propri figli diversi da noi, il dolore di vederli capaci di fare a meno di noi, il dolore dei loro silenzi, il dolore della loro libertà, il dolore di perderli, … e poi perderli davvero.

 

Chi ha cento specie di amori …”, cento specie di amori, significa cento amori diversi perche diversi sono i nostri figli, e per ciascuno occorre una specie di amore diverso. Questa è la sfida per l’anno che viene quando la nostra scuola arriverà ad avere cento e più studenti diversi. Cento e più amori diversi. Cento e più dolori diversi.

 

Anche la nostra chiesetta intitolata a San Benedetto e costruita in concomitanza con la scuola, è terminata. Costruite insieme, la scuola e la chiesa devono andare avanti insieme anche se sono mondi completamente diversi. Quando prego da solo, in realtà tutti i ragazzi sono con me, dentro di me. Dentro di me i miei cari, gli amici, la scuola, gli studenti, le loro famiglie e quel figliolo, ora in Thailandia. Che Dio lo abbia a cuore.

 

Da qualche mese rivesto l’incarico di vicario generale della diocesi di Kompong Cham. Ringrazio il Signore per questo incarico, ma è doveroso precisare che a differenza dell’Italia, qui in Cambogia essendo la Chiesa molto piccola, questo incarico non comporta per me alcun cambiamento. Resto, quindi, il prete di sempre … Che Dio mi abbia a cuore!

Amo la poesia perché “ci sono parole con le quali si vede”. I versi di Ungaretti, forse opposti ai versi che hanno aperto la lettera, diventino la nostra preghiera per la Chiesa, per la nostra scuola, per riedificare umanamente l’uomo”:

 

Il tuo cuore è la sede appassionata

Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell’umane tenebre,

fratello che ti immoli

perennemente per riedificare umanamente l’uomo, Santo, Santo, Santo che soffri (…).

Per liberare dalla morte i morti

E sorreggere noi infelici vivi,

d’un pianto solo mio non piango più[4].

 

 

A presto,

 

 

Padre Alberto Caccaro


 

[1] Citato da Hermann Oldenberg, Buddha: sein Lebe, seine Lehre, seine Gemeinde, Goldmann, Munchen 1961, pag. 173 (tr. it. Budda, Milano 1952). Cfr. questa espressione, detta da Sâkyamuni a genitori che piangevano il figlio: "Quel che amate vi procura solo pena e tormento".

[2] Giandomenico Mucci, L’università italiana, La Civiltà Cattolica, 2009 IV 150-155.

[3] Luigi Giussani, Il rischio educativo, Milano 2005, pag. 81-82.

[4] Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo, Milano 1966, 175.

<<< Home PIME