Prey Veng, Cambogia - 16 febbraio 2010
“Cento specie di amori …”
"Chi
ha cento specie di amori
ha cento specie di
dolori.
Chi ha novanta specie
d'amori
ha novanta specie di
dolori.
...
Chi ha un amore
ha un dolore.
Chi non ha amore
non ha dolore".

“Non sono figli miei”,
mi dico. Ma è come se lo fossero. Non dormo di notte
per causa loro, anche se sono già tutti grandi. Mi
arrabbio se li vedo perdere tempo, se fanno tardi a
scuola, se la polvere sotto il letto ha superato il
livello di guardia, se ascoltano la radiolina alle
tre di notte, se puntano la sveglia per studiare e a
svegliarsi sono solo io che dormo nella camera a
fianco perché loro, la sveglia, non la sentono …
Questa è buona parte della mia vita. Prendono tutto,
i giorni, le notti. Il cuore. Grazie a Dio sono solo
otto i giovani che vivono con noi all’ostello, ma a
scuola ne abbiamo settantacinque: la classe decima e
la classe undicesima. Il prossimo anno, a ottobre,
il nostro Liceo arriverà ad avere cento e più alunni
…

Siamo agli inizi. Ora
gli edifici della scuola sono completi e stiamo
iniziando a verificare, precisare, ampliare i
contenuti di ogni singola materia, insistendo
delicatamente con gli insegnanti responsabili,
sollecitando un confronto, regalando qualche libro
utile per successivi approfondimenti. Spesso si
tratta di ri-motivare
il loro impegno e ri-attivare il cuore dei ragazzi
con una proposta chiara, sincera, positiva. Come
dice qualcuno della scuola italiana, vorremmo
evitare la “plastificazione dei contenuti e
l’indifferenza al senso della storia e al
significato morale della conoscenza”.
Ci pare però importante anche dedicare tempo alle
famiglie, per conoscerle e auspicare un lavoro
educativo d’insieme. Papà e mamma sono importanti …
Dice bene don Giussani nel suo libro, appena
tradotto e pubblicato in lingua khmer: “A nulla
varrebbe aver dato loro la vita, senza aiutare
instancabilmente i figli a riconoscerne il senso
totale di essa”.
Vorremmo essere loro d’aiuto in questo compito. Un
mese fa abbiamo “perso” uno dei nostri studenti.
Frequentava la decima. Bravo, seriamente impegnato,
ma povero. I genitori lo hanno più volte spinto a
smettere di studiare per andare a lavorare nella
vicina Thailandia. Alla fine ci sono riusciti. E’
mancato da scuola per due giorni. Lo pensavamo
malato. Il terzo giorno abbiamo telefonato a casa
per sapere delle sue condizioni ed era già partito.
La Cambogia quanto a servizi ha poco, ma certi
meccanismi, solitamente perversi, sono precisi come
orologi svizzeri. Dalle frontiere passa di tutto …
Ora di lui non sappiamo più niente.
“Non sono figli miei”,
mi dico.
La settimana scorsa a
Phnom Penh, per caso, ho incontrato un giovane. Lo
conosco dal 2003. In quell’anno, ancora impegnato
nello studio della lingua khmer, seguivo un piccolo
ostello per avviare giovani meno dotati ad
un’esperienza di lavoro professionale. Questo
ragazzo frequentava un corso per riparatori di
condizionatori d’aria. Semplice, un poco debole. Ora
me lo ritrovo più debole di prima. Anche lui ha
avuto una parentesi in Thailandia. Catturato dalla
polizia perché clandestino, in carcere ha preso
stupefacenti, forse pillole, pasticche. Ha volato
per qualche istante poi è precipitato … Ora non fa
che ridere …
“Non sono figli miei”,
mi dico.
Invece no, lo sono,
dentro o fuori dall’ostello.
Domani Sagn, uno
dei ragazzi più brillanti che abbiamo, ha l’esame di
selezione per il migliore studente di Fisica della
provincia di Prey Veng. Ha già vinto a livello
locale e quindi ha il diritto di accedere alle
selezioni provinciali, con grandi probabilità di
vincere ancora. So già che questa notte sentirò la
sua sveglia suonare. Ci alzeremo, io a pregare, lui
a risolvere l’ennesimo esercizio di termodinamica …
Anche lui non è figlio mio, ma è come se lo fosse.
Un’ora fa una graziosa figliola gli ha portato un
portachiavi come augurio di buona fortuna per
l’esame di domani. C’è un po’ di intesa fra i due, e
tanta voglia di bene. Vorrei avere un ostello con
almeno cento posti per aiutarne il più possibile.
Altre volte vorrei sbatterli tutti fuori, anche quei
pochi che abbiamo. Budda mi mette in guardia “Chi
ha cento specie di amori ha cento specie di dolori …”.
Questo vale per i figli, soprattutto per i figli.
Li vogliamo belli,
brillanti, vincenti per vincere le battaglie che noi
non abbiamo mai vinto e forse mai combattuto. Figli
della rivincita, figli per dire al mondo chi siamo,
figli dei nostri bisogni, figli solo per i cavoli
nostri. Invece “i miei figli” sono tutti li a
dirmi che c’è una distanza da custodire, un limite
da rispettare, un linguaggio da imparare, un cammino
da fare insieme. E per i figli più deboli, forse “figli
di un Dio minore”, un mistero da contemplare.
Questo è il cammino che
mi sta cambiando. Chi ha amore ha anche dolore. Il
dolore del cambiamento, il dolore di vedere i propri
figli diversi da noi, il dolore di vederli capaci di
fare a meno di noi, il dolore dei loro silenzi, il
dolore della loro libertà, il dolore di perderli, …
e poi perderli davvero.
“Chi ha cento specie
di amori …”, cento specie di amori, significa
cento amori diversi perche diversi sono i nostri
figli, e per ciascuno occorre una specie di amore
diverso. Questa è la sfida per l’anno che viene
quando la nostra scuola arriverà ad avere cento e
più studenti diversi. Cento e più amori diversi.
Cento e più dolori diversi.
Anche la nostra
chiesetta intitolata a San Benedetto e costruita in
concomitanza con la scuola, è terminata. Costruite
insieme, la scuola e la chiesa devono andare avanti
insieme anche se sono mondi completamente diversi.
Quando prego da solo, in realtà tutti i ragazzi sono
con me, dentro di me. Dentro di me i miei cari, gli
amici, la scuola, gli studenti, le loro famiglie e
quel figliolo, ora in Thailandia. Che Dio lo abbia a
cuore.
Da qualche mese rivesto
l’incarico di vicario generale della diocesi di
Kompong Cham. Ringrazio il Signore per questo
incarico, ma è doveroso precisare che a differenza
dell’Italia, qui in Cambogia essendo la Chiesa molto
piccola, questo incarico non comporta per me alcun
cambiamento. Resto, quindi, il prete di sempre … Che
Dio mi abbia a cuore!
Amo la poesia perché “ci
sono parole con le quali si vede”. I versi di
Ungaretti, forse opposti ai versi che hanno aperto
la lettera, diventino la nostra preghiera per la
Chiesa, per la nostra scuola, “per
riedificare umanamente l’uomo”:
“Il
tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso
palpito,
Astro incarnato
nell’umane tenebre,
fratello che ti
immoli
perennemente per
riedificare umanamente l’uomo, Santo, Santo, Santo
che soffri (…).
Per liberare dalla
morte i morti
E sorreggere noi
infelici vivi,
d’un pianto solo mio
non piango più”.
A presto,
Padre Alberto Caccaro