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Dinajpur, Maggio 2005 - P.Fabrizio
Calegari
Appunti
di viaggio
Rubel
Alle
iscrizioni per il nuovo anno scolastico,
per i “cuccioli” di classe sesta si
presentano 46 bambini intorno ai 10-12
anni. Procediamo ad un esame su alcune
materie scolastiche per darci modo di
capire un poco il loro livello di
preparazione, ma soprattutto per avere un
appiglio a cui aggrapparci per
giustificare quelli che manderemo a casa.
Quando abbiamo i risultati raduno tutti e
comunico i nomi di quelli che resteranno.
La maggior parte non ha passato l’esame,
ma li pigliamo lo stesso: avranno un anno
per crescere nelle loro capacità. Li vedo
tesi e lo so: tutti sono venuti qui con
la speranza di restare. Tornare a casa
vorrà dire per tanti non poter continuare
la scuola. Non è giusto, mi dico. D’altra
parte più di venticinque non posso
prenderne. Sono già tanti. Ad uno ad uno
si alzano quelli promossi, mentre gli
altri restano seduti, immagine simbolica
che mi intristisce.
Uscendo, Rubel mi corre di
fianco. Lo conosco da quando aveva 6 anni
e praticamente è rimasto alto uguale.
Come allora ha sempre quell’allegria e
quel sorriso contagioso che mi mettono
istintivamente di buonumore. “Padre!” –
mi dice agitato e felice – “Avevo una
paura matta di non passare!”. “Invece ce
l’hai fatta, hai visto?” – gli faccio
dandogli uno scapaccione affettuoso.
“Sì, però senta qua! –
dice Rubel prendendomi la mano e
portandosela all’altezza del cuore. Non
c’è bisogno dello stetoscopio: dentro il
petto da passerotto sento il cuore che
pare voglia schizzare fuori tanto batte
forte.
Un anno nuovo
Si
ricomincia. Avverto la gioia profonda e
la voglia di rimettermi in gioco con i
ragazzi. Ho un po’ di idee per le
proposte formative di quest’anno. Una è
andata in porto proprio in questi giorni
e ne sono soddisfatto. Suor Rina – una
suora bengalese che ha studiato
psicologia in Italia – mi ha assicurato
un paio di incontri mensili per le classi
dei più grandi. Darà la possibilità ai
ragazzi di conoscere meglio se stessi e a
me quella di conoscere meglio i ragazzi.
L’altro ieri abbiamo fatto
la festa di benvenuto per i nuovi 36
arrivati: canti, danze, scenette, dolci
e… lavanda dei piedi. Come lo scorso anno
ho voluto lavare i piedi a tutti i nuovi,
così come la gente usa fare nei villaggi
quando arriva un ospite. Prima si versa
l’acqua fino al ginocchio, poi si asciuga
e infine con l’olio di colza si unge e
massaggia. Lo trovo un gesto bellissimo,
molto denso, pieno di accoglienza e di
attenzione per l’altro. Oltre al fatto
che rimanda dritto-dritto al Vangelo. E’
un momento che vivo proprio con la
consapevolezza di essere qui solo a
servizio dei ragazzi: “Sto in mezzo a voi
come colui che serve” (Lc 22,27). Mentre
ungo i piedi di Paulus e l’odore pungente
dell’olio di colza m’impregna le mani,
vedo una cicatrice che porta sullo
stinco: “Si ricorda? – mi dice Paulus –
Me l’ha curata lei.” Ci metto un po’ ma
poi ci arrivo: una caduta giocando a
pallone e brutto taglio curato con punti
adesivi e mercurio cromo. Roba di cinque
anni fa. Mi piace questa cosa. Dei miei
ragazzi conosco anche la storia dei
piedi. Mica poco.
I migliori
Consegno le borse di
studio a dodici ragazzi che si sono
distinti lo scorso anno per risultato
scolastico e impegno nell’ostello:
scuola, vitto e alloggio saranno
totalmente gratuiti per un anno. Con il
computer ho preparato un diploma con il
nome di ciascuno, così che il premio sia
anche visibile. Nel riceverlo, qualcuno è
imbarazzato come se stesse rubando,
qualche altro quasi piange. Io sono
orgoglioso per loro. Soprattutto perché i
migliori studenti della scuola – che
conta centinaia di ragazzi, in
maggioranza musulmani – sono i miei
ragazzi. Hanno preso quasi tutte le
migliori posizioni per ogni classe. Alla
faccia del razzismo bengalese che vuole i
tribali inferiori e meno brillanti.
Eccoli qui i tribali: dategli una
possibilità e, almeno a scuola, non sono
secondi a nessuno. Ma i primi a non
crederci sono i ragazzi stessi, tanto è
forte il senso di inferiorità. Ecco
perché queste borse di studio sono uno
stimolo e un rinforzo positivo enorme.
“Avete visto?” – domando
ai ragazzi alla fine. “E allora, chi sono
i migliori?”. Silenzio.
“Chi sono i migliori?” –
ribadisco alzando la voce. “Noi” –
risponde qualcuno debolmente.
“Chi sono i migliori???” –
richiedo gridando e portando una mano
all’orecchio, come per sentire meglio le
loro risposte. “NOI!” – gridano
finalmente tutti quanti. E rimaniamo così
a guardarci, ridendo e battendoci le
mani.
Polas
Mentre guardo i ragazzi
che giocano a cricket, Polas, 19 anni, mi
si siede accanto, all’ombra di una pianta
di mogano. E’ in classe decima, nel
gruppo dei più grandi.
“La sa una cosa, padre?” –
dice Polas venendo subito al dunque. “Da
quando abbiamo cominciato a vivere ogni
mese una frase di Vangelo, qui non è più
come prima!”.
“In che senso, scusa?” –
faccio io che di cambiamenti così
radicali non ne ho visti.
“Lei sa che qui tra noi ci
sono molte etnie diverse. Prima i litigi
e i contrasti per questa ragione erano
moltissimi. Quasi ogni giorno, si può
dire. Adesso non è più così. E io sono
convinto che è proprio grazie alle parole
proposte del Vangelo”.
Sono sorpreso a metà. Da
una parte lo sono perché dove non ti
aspetti o non vedi miglioramenti a volte
altri li vedono e li conoscono. Quante
volte è capitato! Dall’altra invece non
mi meraviglia, perché sono convinto che
il Vangelo vissuto cambia la vita, le
abitudini, le tendenze e anche le
culture. E’ il Signore Gesù che opera, ed
è Lui che i ragazzi incontrano, vivendo
le sue parole.
La casa di Shumon
Approfitto di qualche
giorno di vacanza per andare a trovare
qualcuno dei ragazzi nei loro villaggi.
E’ sempre una bella occasione per
imparare a conoscerli meglio. Vedere dove
abitano, incontrare i loro genitori,
spesso rivela lati nascosti ma importanti
della loro storia e del loro carattere. E
poi è bello anche solo stare insieme al
di fuori del solito ambiente.
Shumon vive con due
sorelle e la mamma, vedova da tanti anni.
Sono stati battezzati da poco, insieme al
resto del villaggio, uno dei più
miserabili della parrocchia. Tutti e tre
i figli sono studenti nei nostri ostelli,
prima nelle elementari e ora alle
superiori. Non avrebbero avuto altrimenti
modo di andare a scuola: la mamma si
arrabatta come può, a volte anche in modo
non proprio lecito. Non è un mistero che
la donna abbia più volte fabbricato vino
di palma da vendere ai musulmani, la cui
presenza non è mai gradita nel villaggio,
specie sotto i fumi dell’alcool.
Condannarla sarebbe facile. Di fatto le è
stato chiesto espressamente di
abbandonare questa pratica se voleva
ricevere il Battesimo. Poi guardo la loro
abitazione e capisco ogni cosa: una
casetta di fango le cui pareti paiono
stare su con lo sputo, il tetto di paglia
che non reggerà alle prossime piogge, una
stanza e un letto solo che deve bastare
per quattro quando i ragazzi sono a casa,
pochi stracci per vestiti appesi su una
lista di legno. Difficile immaginare una
miseria maggiore. Eppure i ragazzi sono
cresciuti che sono uno splendore.
Shumittra, la maggiore, ha ormai 19 anni.
Da tempo la mantengo negli studi, perché
lo merita e perché un villaggio non ha
speranza di riscatto se non
nell’educazione dei figli.
Shumon è il classico
adolescente formato bengalese: in pochi
mesi è cresciuto in modo pazzesco,
sviluppandosi per il lungo e mettendo in
evidenza solo le ossa. Prendendolo in
giro lo chiamo “shupari”, come la
palmetta di betel che cresce alta, dritta
e magra. E lui ride, mostrando tutti i
denti bianchissimi, con un sorriso da
bravo ragazzo.
La mamma mi siede vicino
sul bordo del letto, di fianco ai cuscini
sudici.
Mi mostra il certificato
della borsa di studio che a gennaio ho
consegnato anche a Shumon. E’ evidente
che ne è orgogliosa. Non si tratta solo
del fatto economico. C’è molto di più in
quel pezzo di carta. Una mamma lo sa.
Shumon se lo è guadagnato con un
risultato scolastico brillante e
un’ottimo comportamento nell’ostello.
Dare un premio così a ragazzi come lui
riempie di gioia.
Mentre Shumittra di fuori
si sta prodigando per prepararmi un tè,
la madre mi fa capire che c’è qualcosa di
cui vuole parlarmi. L’angoscia traspare
palese dal suo viso di donna ancora
giovane ma invecchiato dalle fatiche,
logorato dalla miseria. Indossa un sari
liso e sporco e ha i capelli raccolti in
qualche modo. In Bangladesh, le vedove
ancora oggi soffrono una condizione di
emarginazione e degrado che non è
differente da quella dei tempi di Gesù.
Mi racconta che il padrone del terreno
sul quale c’è la loro “casa” vuole
venderlo e quindi le ha intimato di
andarsene. Tempo per sbaraccare: un mese.
Finisce il racconto e non
può trattenere un rivolo di lacrime che
scivola via sulle guance sciupate. Gli
occhi sono due pozzi di rassegnazione. Le
prendo una mano, anche per destarmi da un
magone che sta prendendo anche me, sarà
che sto invecchiando.
Shumittra entra con il tè,
versato in un bicchiere d’acciaio.
Sorride debolmente guardandomi e capisce
l’argomento del colloquio. Mi offre anche
qualche biscotto che io giro subito alla
mamma. Il tè è pessimo, fatto al modo
tribale, col sale e lo zucchero insieme.
Però non lo do a vedere, ne trangugio
qualche sorsata facendo attenzione a non
ustionarmi la lingua e vigliaccamente
faccio i miei complimenti a Shumittra.
Lei si schermisce ridendo imbarazzata.
Mi viene in mente che
proprio qualche giorno prima ho sentito
che non lontano da qui, in un altro
villaggio, la Diocesi sta offrendo delle
casette in muratura ad alcune famiglie
cristiane che si stanno trasferendo lì.
Sono certo che ce ne sarà una anche per
la famiglia di Shumon. Mentre comunico a
tutti questa idea, mi guardano come se
parlassi da un altro pianeta. Garantisco
che la cosa è possibile, che mi darò da
fare. Stavolta è la mamma a prendermi la
mano. Cerca di baciarla ma istintivamente
la ritraggo perché mi mette a disagio:
non sono il salvatore della patria.
“Una casa in muratura!” –
dice trasognata la donna. “Non ci sarà
più da preoccuparsi che i muri crollino
durante la stagione delle piogge…”.
Shumon è accoccolato in un
angolo della stanzetta. Nella penombra
vedo che sorride.
Pettegolezzi
Prendo un risciò per
andare in città a fare compere. L’uomo
che mi porta e pigia di lena sui pedali,
ad un tratto si volta e sorridendo
affabile mi chiede: “Come va, padre,
tutto bene?”. Lo guardo interdetto. Sono
certo di non conoscerlo ma,
evidentemente, lui conosce me. Dai tratti
somatici non mi pare cristiano, però per
conferma glielo chiedo. “No padre, sono
musulmano!” – mi dice. “E allora come fa
a sapere chi sono?” – chiedo io che
adesso sono curioso di sapere. “Ma qui la
conoscono tutti! Lei lavora all’ostello
con i ragazzi, vero?”. Faccio di sì con
la testa, anche se continuo a non capire.
“Vede? Da quando lei
lavora qui, sono tutti contenti!” – mi
dice voltandosi pericolosamente il mio
nocchiero, che guarda me e non la strada.
Tutti? Tutti chi??? “I
ragazzi!” – mi fa lui come se fossi
l’unico stupido a non saperlo.
Questa poi. Per la serie:
“Il paese è piccolo e la gente mormora”.
Non so se l’amico musulmano, pedalando,
si sia accorto della differenza di
carico. Dopo le sue parole sono certo di
essere aumentato di peso.
Raccontaci Papa Wojtyla
Subito dopo la sua morte i
ragazzi mi hanno chiesto del Papa, di
raccontare chi era, cosa aveva fatto.
Loro che si e no lo hanno visto in foto,
qualche volta. Ho preparato un album di
foto scaricate da internet e mi sono
accorto che sfogliarlo era come sfogliare
la mia vita. Ho messo anche la mia prima
foto scattata con lui: anno 1983, udienza
del mercoledì in piazza S. Pietro, la sua
mano sinistra sulla mia guancia, la
destra stretta tra le mie.
Raccontando, mi sono
ritrovato a pensare a Giovanni Paolo II
con un affetto che è sfociato presto
nella commozione. Difficile parlare
mentre si piange e ci si sforza di non
farlo. E’ che ci sono cresciuto con
questo papa. Molti come me si sono
trovati in compagnia di Giovanni Paolo II
prima nell’adolescenza, poi nella
giovinezza, infine nella maturità.
Forse per questo,
nonostante siano passati un po’ di giorni
e la piena dell’ emozione si sia
depositata, ugualmente provo un senso di
orfanezza che fatica ad andarsene. Allo
stesso tempo però mi accorgo di ritrovare
in me la gioia di saperlo accanto come
mai prima. Fin da subito, dopo la sua
morte, ho cominciato a pregarlo e ad
affidarmi a lui, come non avrei potuto
fare prima. Non c’è più bisogno di
chiedere udienza o di aspettare raduni.
Giovanni Paolo non se n'è andato. E' qui,
vivissimo. Mi pare un bel vantaggio.
Mentre mostravo ai ragazzi
le immagini registrate alla televisione
del funerale, guardavo la folla immensa
che stipava Roma e tornavo a chiedermi
cosa l’avesse spinta a questa “follia”
del riversarsi in massa laggiù. Immagino
che sociologi e psicologi abbiano versato
fiumi di parole per spiegarla. Ma se
penso a quello che ha affascinato me di
Giovanni Paolo II, credo di trovare,
forse, una risposta parziale ma
possibile.
Papa Wojtyla è stato un
uomo vero, anzitutto. Vero e libero, fino
in fondo. Non ha mai smesso di mostrare
quello che era, sia negli anni belli,
quando fisicamente si imponeva, sia in
quelli dello strazio della malattia e del
corpo rattrappito. Lo abbiamo visto
sciare e affrontare viaggi massacranti ma
anche impossibilitato a camminare,
perdere la bava, senza mai nascondersi;
ridere piegato in due per un numero di
clown e rapito in preghiera davanti al
Santissimo; affascinare folle di giovani
con catechesi esigenti e senza sconti ma
anche, alla fine, restare senza parola e
impotente.
Un uomo vero, dunque, e un
uomo di Dio. Un mistico, hanno detto
molti. Lo credo anch’io. Ci ha ridato la
fierezza di dirci cristiani, senza paura
e senza timidezze: non con arroganza ma
per la gioia consapevole di avere
incontrato il Risorto. E la gioia è
contagiosa, come la santità. Attira. Non
sta ferma, si propone e annuncia. Non a
caso la missione è una delle chiavi di
lettura fondamentali del suo pontificato.
La gente lui è andata a cercarla nelle
loro case, non è stato ad aspettarla in
S. Pietro. L’avessero capito anche tanti
preti.
L’ultima grande catechesi
sono stati gli ultimi giorni di vita. In
fondo credo che in tanti abbiamo sperato,
inconsciamente, di vederlo morire così.
Volevamo la conferma, altro che
dimissioni. Volevamo che dopo averci
insegnato a vivere, ci insegnasse anche
come morire.
Se la folla è accorsa è
perché sapeva che incontrando un uomo
vero incontrava anche un vero uomo di
Dio. Un santo, hanno gridato al funerale.
Anche qui in Bangladesh,
nel nostro piccolo, la morte del papa ha
avuto una grande eco. Prime pagine dei
giornali, molti articoli positivi,
servizi al telegiornale. La gente ne
parlava anche al mercato. Me lo
raccontava un cristiano, orgoglioso:
aveva ascoltato i musulmani che ne
parlavano ammirati, perché vedendo la
folla in televisione, commossa, in
preghiera, in fila tranquilla e senza
disordini, hanno semplicemente dedotto:
“Quest’uomo è un santo”.
Per la nostra piccola
comunità cristiana questa testimonianza è
un credito prezioso da non sciupare, che
potrebbe tradursi in maggiore rispetto e
forse amicizia. Un altro dono di Giovanni
Paolo.
P.Fabrizio Calegari |