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Dinajpur - Bangladesh
- Ottobre 2005 - P. Fabrizio Calegari
Appassionatamente
Per noi italiani il gioco
del calcio è una passione viscerale che
dura nel tempo, a dispetto della presunta
maturità e saggezza che l’età dovrebbe
portare con sé. Dateci un pallone e
torniamo ragazzi, anche se magari il modo
di giocare non è più quello di prima. Io
per esempio, mi sono accorto che nel
praticarlo sono diventato meno irruente e
istintivo. Ora sono più posato, più
incline al passaggio breve o al lancio
lungo, meno alle galoppate sulla fascia e
più attento alla posizione dei compagni.
Tendo a fermarmi per vedere meglio il
gioco, a fare l’allenatore in campo.
Effetti dell’età, della
pancetta, e dell’umidità maledetta della
stagione monsonica, che mi obbligano a
corricchiare, fermarmi per respirare
facendo finta di guardare dov’è il
compagno smarcato, quando invece ho la
vista annebbiata e il fiato mozzo,
trascinando penosamente per il campo i
resti di un passato glorioso. Non si
dovrebbe permettere ai grandi giocatori
di umiliarsi così, lasciando che mostrino
le crepe che il tempo inesorabilmente
apre nel fisico e nella volontà. Uno
dovrebbe smettere sulla cresta dell’onda,
lasciando dietro di sé solo bei ricordi e
polvere di stelle. Invece eccomi qui a
mangiarla, la polvere, perché mi ostino a
giocare. D’altra parte bisogna che
qualcuno insegni qualcosa a ’sti
benedetti ragazzi sul gioco più bello del
mondo. Come faccio a tirarmi indietro?
“Passa! Passaaa!!!” –
grido a Sontus che non ne vuole sapere di
dare la palla. Mi pento subito di averlo
fatto, perché sbraitare mentre corro mi
toglie il poco fiato che ho. Finalmente
recupero un pallone e lo allungo in un
corridoio per Shumon, che corre sulla
fascia e si accentra al limitare
dell’area, lasciando partire un diagonale
per l’accorrente Gabriel. Tocco di piatto
destro e palla alla sinistra del
portiere, rimasto allochito al suo posto,
una foto.
Approfitto dei
festeggiamenti per defilarmi e sedermi a
bordo campo, esausto, sotto un albero.
Quaranta minuti di gioco mi hanno
prosciugato e non solo a parole. La
maglietta è zuppa.
Un gruppetto di ragazzi mi
circonda subito ma chiedo spazio e aria,
altrimenti scoppio. Commentiamo la
partita e le prestazioni di alcuni
prendendo in giro Prontish, che corre con
il petto in fuori, tipo galletto.
Joseph, 12 anni, mi si
accuccia accanto e si strofina la testa
contro il mio braccio. Lo prendo sotto
l’ala e lo stringo un po’ per coccolarlo.
Una ragione c’è. Il fratellino di tre
anni è morto qualche giorno fa, annegato
nello stagno, in un metro d’acqua. Un
bambino bellissimo e vivace, più ancora
di Joseph che pure è un esemplare da
esportazione, quanto ad esuberanza.
Sono andato al loro
villaggio per il funerale ed è stato
straziante. Quando sono entrato nel
piccolo cortile della casa in fango,
c’era già molta gente radunata, gli
uomini e le donne in gruppi separati. La
mamma e la sorella maggiore, quando mi
hanno visto si sono lasciate andare ad un
pianto violento e a grida isteriche. Si
sono gettate per terra e mi hanno
afferrato i piedi, guardandomi con le
loro facce stravolte. Anche altre donne
facevano da coro, amplificando questo
rito del dolore che è il loro modo di
elaborare il lutto. Il padre al
contrario, sedeva piangendo senza
strepiti, ma si capiva che era distrutto.
Sotto la veranda il corpo
del piccolo Joy Agustin era circondato
dai parenti che lo stavano ungendo
secondo l’usanza dei tribali santal.
C’erano anche vicini di casa indù e
musulmani, che partecipavano al lutto,
soprattutto le donne. Le ho viste
piangere. Solo una mamma sa cosa
significa, quel figlio poteva essere il
loro. Scosso dal contesto che mi turbava
e ricordando la festa che Joy mi faceva
ogni volta che venivo, durante la Messa
mi ha preso una commozione profonda che
non ho neppure cercato di nascondere. Da
tempo ho imparato che non tutte le
lacrime sono un male.
Adesso che Joseph è qui a
cercare un po’ di consolazione non posso
negargliela. Tanto più che non capita
mai: non c’è l’abitudine a cercare o a
dare gesti d’affetto, non è nella loro
cultura. Un abisso di differenza con gli
adolescenti italiani.
La partita prosegue, tra
le urla del tifo e qualcuno che canta.
Francis mi raggiunge sotto la pianta con
in mano un libro che mi porge: “Lo ha
letto?” – mi dice mostrandomi “Ventimila
leghe sotto i mari”, versione bengalese.
Figurati, Verne l’ho divorato da ragazzo.
L’occasione è troppo ghiotta per non
avventurarmi nei dettagli sulle trame
degli altri suoi libri che abbiamo in
biblioteca. E’ come mettere un’esca
sull’amo: i ragazzi abboccano subito, le
facce che ho davanti e gli occhi dilatati
mentre ascoltano del capitano Nemo o del
viaggio al centro della terra, promettono
di assaltare lo scaffale alla prima
occasione. La biblioteca l’abbiamo
inaugurata solo qualche settimana fa
insieme alla Cappella, entrambe piccole
ma funzionali. D’altronde altro spazio
non l’avevo. Le ho volute fortemente
perché credo che siano indispensabili per
la formazione dei ragazzi, ognuna con la
sua specificità. La prima per aprire la
mente, la seconda il cuore.
C’è voluto un po’ di tempo
prima di realizzarle, ma adesso godo nel
vedere come i ragazzi le utilizzino. In
biblioteca li trovo sdraiati per terra,
seduti sulle sedie, appoggiati al muro o
sui gomiti, mentre divorano libri,
cartine storiche, geografiche,
scientifiche, mentre affondano gli occhi
nelle illustrazioni del “National
Geographic”, pur senza capire nulla di un
inglese troppo difficile per loro. E
naturalmente poi fioccano le domande su
un sacco di argomenti. Abbiamo raccolto
circa 300 titoli tutti in bengalese e
alcuni volumi di enciclopedia per ragazzi
in inglese dove almeno ci sono belle
illustrazioni colorate, indispensabili
per capire e conoscere cose mai viste. Mi
dà un gusto matto vederli come ero io da
ragazzo, e gioire di cose che è loro
diritto godere. Mi pare un atto di
giustizia nei loro confronti.
La cappella la tengo meno
d’occhio, nel senso che non vado certo a
vedere chi c’è dentro. Voglio che si
sentano completamente liberi nel loro
rapporto con il Signore Gesù, senza
sentirsi controllati. Mentre passo via
vedo le loro ciabatte lasciate di fuori
un po’ a tutte le ore del giorno. In
Asia, in qualunque tempio o casa si
entri, lo si fa sempre scalzi. E’ un
segno di rispetto per il luogo sacro nel
quale si entra. Molto biblico.
Dentro abbiamo preparato
un bel tabernacolo con due bassorilievi
in fibra di vetro: raffigurano le scene
evangeliche della lavanda dei piedi e
della moltiplicazione dei pani e dei
pesci. Le ho scelte per il loro
significato eucaristico e per mettere al
centro, assieme a Gesù, anche la figura
di due ragazzi: il ragazzino che offre il
cesto con i pani e i pesci e l’apostolo
Giovanni, un diciottenne. Ho chiesto che
si vedesse lui in primo piano mentre Gesù
gli lava i piedi. Due figure nelle quali
i ragazzi possono identificarsi quando le
guardano.
Entrambi i bassorilievi e
il crocefisso, appena sopra il
tabernacolo, sono opera di un giovane
artista locale. Un indù. Conosce il
vangelo più di tanti cristiani e ha già
fornito parecchie opere alle nostre
chiese sparse in Bangladesh.
Ai lati abbiamo messo due
quadri: la Madonna a sinistra e S.
Filippo Neri, nostro patrono, a destra.
Di lui conserviamo anche una reliquia,
custodita in una bella scatola di ottone.
Ho voluto anche una vetrata con plastiche
colorate per dare atmosfera. Non è
Chartres, ma al tramonto, quando il sole
filtra attraverso, fa la sua bella
figura.
Per i ragazzi è stata una
sorpresa fino all’ultimo, perché tutto
era top-secret.
Non ho lasciato entrare
nessuno fino all’inaugurazione. Poi mi
sono goduto lo spettacolo: “I bambini
fanno ooh” poteva fare da colonna
sonora.
I ragazzi adesso hanno di
un luogo “bello” dove possono, a
qualunque ora del giorno, incontrarsi con
il Signore Gesù, crescere nella sua
amicizia stando con Lui. E anch’io ho un
posto dove posso finalmente insegnare
loro a pregare. Forse non è un caso che
qualche giorno fa Rupen, oraon di 11 anni
con un’anima trasparente, mi abbia detto:
“Non ero abituato a stare da solo davanti
a Gesù. In genere preghiamo sempre
insieme. Un po’ avevo paura. Adesso però
mi piace tantissimo. Non riesco a non
entrare almeno due o tre volte al
giorno”. Questo, più di qualunque altra
cosa, li farà crescere.
Vedo arrivare Proshonno,
lo stavo aspettando per l’aggiornamento:
“E allora?” – gli chiedo con un filo
d’ansia.
“Si è scusato!”- mi
risponde senza nascondere un po’ di
meraviglia. I ragazzi esultano.
Ieri il professore di
agricoltura lo ha picchiato con la verga.
Oltretutto senza una ragione valida,
ammesso che ne esista una. I segni sul
braccio sono evidenti. Niente di strano
in Bangladesh, lo fanno la maggioranza
dei professori. Tanto normale che nessuno
dei ragazzi si è mai sognato di
lamentarsi o di venirmelo a dire. Le
prendono e tacciono.
Io l’ho scoperto per caso.
E anche quando li ho invitati a
raccontarmi queste cose, c’è n’è voluto
di tempo perché lo facessero davvero.
Paura di ritorsioni. La paura ti frega.
Stavolta però sono stati
bravi e mi hanno detto subito cosa era
accaduto. Ho parlato personalmente con il
professore e, con bei modi, cercando le
parole giuste per non urtarlo anche se lo
avrei strangolato, ho preteso le sue
scuse. Adesso che lo ha fatto, i ragazzi
sanno che è loro diritto rivendicare un
trattamento diverso. E’ una battaglia di
giustizia, lunga e dura perché, senza
fare guerre inutili, cambiare un costume
radicato è difficile. Ma “gutta cavat
lapidem”…
“Ci canta qualcosa?” – mi
domanda Shemol, che ha una bella voce. I
bengalesi vanno matti per il canto.
“Quella che stava
cantando anche stamattina” – insiste.
Capirai. Ne avrò cantate una dozzina
almeno. Anche il canto, come il calcio è
una passione. Avvio le basi musicali e
canto a squarciagola. Certo, ci fosse
Mario e gli amici si farebbe una
jam-session, ma bisogna accontentarsi.
Repertorio vastissimo: quando ci vuole,
ci vuole. I ragazzi mi ascoltano da sotto
la finestra e da dietro la porta di
camera: una volta l’ho aperta di scatto e
ne ho beccati cinque piegati ad
ascoltare.
“Quella che sembrava un
po’ triste. Faceva na-na-na-na-na…” –
prova a spiegarsi Shemol senza demordere,
e alla fine capisco qual è. “I ’te vurria
vasà”, bellissima canzone napoletana. Ne
canto un pezzetto e mi ascoltano
attentissimi. Acuto finale, applauso.
“E passa questa palla!” –
grido spezzando l’incantesimo tutto ad un
tratto. Sontus si intestardisce a giocare
da solo in una serie di inutili dribbling
fino a che non perde la palla. I ragazzi
accanto a me se la ridono perché sanno
che con lui finisco sempre per
arrabbiarmi.
Vorrei scappare a fare una
doccia, mi sento tutto appiccicaticcio e
non mi piace. Invece non posso, perché
Kismot torna alla carica sulla
discussione che abbiamo avuto ieri sera.
La sera, più ancora che la mattina, i
ragazzi sono inclini alle domande e alla
confidenza.
E, non di rado, sono
domande che riguardano la loro vita. Ma
per arrivare alle domande “nodali” c’è
voluto del tempo. Sono stato a lungo
sotto esame, radiografato, testato con
domandine-tranello o allusive.
La fiducia è una
conquista, non è venduta a buon mercato.
E non è data unilateralmente su tutto il
fronte della relazione con loro, ma
concessa di volta in volta a seconda
della necessità. Insomma, una scalata
continua. In questo caso essere straniero
è un piccolo vantaggio, perché con me si
sentono più liberi. Le domande che fanno
a me normalmente non le farebbero ad un
prete locale. Troppa vergogna o troppa
paura.
Ci sono, naturalmente,
momenti molto intensi. Ieri sera in
classe decima – quella dei più grandi,
età media 18 anni – per due ore sono
stato letteralmente tempestato di
domande. Il tema, manco a dirlo, è “Il
Tema” per un adolescente (solo per
l’adolescente?): amicizia, affettività,
sessualità. Argomenti che sono un tabù
ancora molto forte, nella cultura
bengalese e tribale.
L’occasione del dibattito
è stata innescata da un loro ex-compagno
di scuola che, proprio pochi giorni
prima, era scappato con una ragazza del
villaggio. Entrambi cristiani-cattolici,
si capisce. Qui in Bangladesh la
separazione tra maschio e femmina è
netta, senza alcuna possibilità di
contatto che non sia lo sguardo fugace,
il sorriso incrociato, qualche breve
parola occasionale, fuori da scuola o per
strada. Mai o quasi un colloquio a tu per
tu, magari appartato. Nel villaggio
sarebbe già uno scandalo. A scuola le
classi sono divise e anche in chiesa a
destra le ragazze a sinistra i ragazzi.
Siccome poi i matrimoni sono combinati
dai rispettivi genitori, quando due si
piacciono e credono di amarsi (in realtà
si sono visti solo qualche volta), non
trovano altra scelta che la fuga insieme,
in genere con la complicità di qualche
parente che occulta la coppia per qualche
giorno e permette l’irreparabile. Di
fronte al “fattaccio” spesso i genitori
capitolano e acconsentono alle nozze, pur
senza entusiasmo.
Insomma: è stato un fuoco
di fila di domande per due ore – prima
con cautela, come assaggiando il terreno,
poi con sempre maggior confidenza – su
tutti i temi spinosi che un adolescente
vive sulla sua pelle e che comincia a
scoprire come un pianeta misterioso.
Io ne sono doppiamente
contento: intanto perché ho l’opportunità
di entrare nel loro mondo e conoscerlo di
più, cercando di aiutarli a capire
aspetti fondamentali della nostra vita;
poi perché se trovano il coraggio di fare
certe domande, pur con visibile
imbarazzo, vuole semplicemente dire che
si fidano.
Abbiamo toccato anche
punti molto delicati, legati alla loro
cultura e all’idea che hanno della donna,
ritenuta ancora almeno un gradino sotto,
quando non una proprietà privata del
maschio.
Ecco perché Kismot, uno
dei più intraprendenti nel dibattito,
adesso mi chiede arrossendo: “Perché
quando vedo una ragazza che mi piace,
divento caldo come se avessi la febbre?”.
Ridiamo tutti, di gusto.
Prometto che stasera, in classe, tornerò
sull’argomento.
Suona la campana di fine
ricreazione. Ci sono le docce. Sontus
passa via con un ghigno furbo e mi
strizza un occhio. Incorreggibile, non
cambierà mai.
Gli altri ragazzi si
alzano ma io resto ancora un po’.
Ogni tanto, come adesso,
mi piace guardarli da lontano e riempirmi
gli occhi di meraviglia. Ormai siamo
insieme da quasi due anni, con tanti da
molto di più. Ci conosciamo meglio, ci
fidiamo di più gli uni degli altri, ci
vogliamo bene, lo so.
Li guardo e mi stupisco
nel vederli crescere, dentro e fuori,
adolescenti con i brufoli e i primi
baffi, i desideri che nascono, i sogni di
piccolo cabotaggio, la voglia di felicità
che ci portiamo dentro tutti. Mi fa
tenerezza vederli aprirsi alla vita,
cercare ciascuno il proprio spazio, la
propria identità. Li osservo in prove
tecniche di seduzione, mentre si
pettinano allo specchio, prima di andare
a scuola, un giorno la riga a destra, un
altro in mezzo, un altro ancora a
sinistra, cercando la botta decisiva. A
volte gli sguardi si incrociano, ci
sorridiamo con complicità. Un lavoro
appassionante come nessun altro.
Mi pare d’essere qui tra i
ragazzi come il contadino che ascolta Dio
maturargli il riso attorno alla casa.
P.
Fabrizio Calegari
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