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“Oggi
sarai con me
in Paradiso”
Luca 23,43
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Prima di
andare a letto mi ritrovo, stasera, davanti
all’icona che p. Fulvio (1) mi ha dipinto e regalato
prima della partenza per il Bangladesh: Gesù e il
buon ladrone. Dipinte a lato le parole: “Oggi sarai
con me in paradiso” (2). Mi piace tanto perché mi ci
ritrovo. Nel ladrone, intendo, e nel fascino
straordinario della promessa di Gesù: cosa sarebbe
della nostra vita senza la fede in quella futura?
E’ qui che
termino la giornata. Gli orientali lo chiamano
l’angolo della bellezza. Quello che io so è che
l’anima ha bisogno di fermarsi e di ritrovarsi in
uno sguardo. Cosa resta di oggi? Cosa rimane dei
gesti, dei propositi, dei desideri, dei tentativi e
degli slanci? Ci sono stati, o tutto è scivolato via
senza attrito, senza convinzione? Sono più le cose
riuscite o i fiaschi? Cosa resta della vita, un
frammento dopo l’altro, i giorni che si sommano,
quando può spezzarsi improvvisamente e presentare il
conto? Sarei pronto? Me lo chiedo, mentre faccio
istintivamente di no con la testa. Ecco perché il
buon ladrone è la mia prima speranza.
La
seconda sono i ragazzi, la mia scuola quotidiana di
ascesi umana e spirituale: sono loro che mi fanno
crescere e mi ricordano, concretamente, la pazienza
di Dio con me. Prendi qualche giorno fa, per
esempio. Durante una discussione con i più grandi di
decima, per la terza volta in pochi giorni mi sono
sentito ripetere: “Lei non capisce”. Senza nessuna
intenzione di offendermi, rimarcavano solo quello
che, a parer loro, era palese: per ragioni
linguistiche o culturali – vai tu a sapere – io non
capivo. A freddo riconosco che avevano ragione. Ma
sul momento mi sono sentito ferito, m’è sembrato
troppo e me ne sono andato arrabbiato, non senza
aver alzato la voce.
Sono riuscito
a tenere il muso, in un’interpretazione da Oscar,
per tre giorni. Il guaio però è che non era da
Vangelo, così alla fine ho mandato il mio orgoglio e
la mia dignità di educatore a quel paese, che
tornassero il più tardi possibile. Guai a lasciarsi
fregare dall’orgoglio: “Che cosa importa? Amarti
importa!”. Non so più quanti anni fa ho imparato
questa frase e non so più quante volte mi ha aiutato
ad uscire dalle sabbie mobili del calcolo umano.
Cosa importa far valere le proprie ragioni, vere o
presunte, restare stizziti e offesi, coccolare il
proprio io ferito, se poi non amo?
Mi sono seduto
con loro e ho chiesto semplicemente e sinceramente
scusa. Ho chiesto pazienza con me, perché lingua e
cultura possono essere un ostacolo e perché un
aspetto del mio carattere – qui ormai lo sanno anche
i sassi – mi porta a reagire prima ancora di aver
capito bene i termini della questione, nonostante i
tentativi di correggermi. Il risultato è che il
rapporto con loro è cresciuto, così la stima e
l’affetto. Polpa, mica cotica: abbassarsi e chiedere
scusa ha pagato, ancora una volta. L’aspetto
culturale resta non solo una fatica, ma anche,
spesso, una sorpresa. Il loro mondo interiore, la
psicologia, il modo di manifestare o no le emozioni,
sono terre che ancora tento di esplorare senza
capirne i confini e le ampiezze. Anni fa giudicavo
con una certa nettezza e negatività (tipica dei
nuovi arrivati), quella che per me era una mancanza
di sensibilità. Adesso mi guarderei bene dal farlo.
Non tutti abbiamo lo stesso modo di trasmettere
emozioni o di lasciar filtrare il vissuto. E il
fatto di comunicarli a fatica non significa che non
ci siano.
La conferma mi
è arrivata, in duplice copia, pochi giorni fa in due
chiacchierate che mi hanno dato una gioia profonda.
Tajel è un diciottenne santal. Pur senza avere
grandi numeri, scolasticamente parlando, si è
impegnato sodo e ha ottenuto ottimi risultati, tanto
da meritarsi la borsa di studio dell’ostello. Non
solo. L’ho visto maturare in modo evidente,
nonostante non sia certo uno che ami mettersi in
mostra. Ma tante cose, dall’atteggiamento ai gesti,
mi hanno fatto vedere che è cresciuto. Una sera mi
ha raccontato un episodio di un anno fa, forse il
seme di questa maturazione. Tornato a casa per le
vacanze di Natale, lo raggiunge la notizia che il
parroco arriverà per dare il Battesimo a diverse
famiglie del villaggio. Un evento atteso per anni,
forse una decina, tanto che Tajel, sulle prime, non
ci crede: “Altre volte era successo che arrivasse la
voce e poi, invece, niente”. Stavolta però accade,
il Battesimo è dato davvero. Mi dice Tajel con un
sorriso largo e le lacrime che vengono giù allegre
anche loro: “Dopo il Battesimo non riuscivo a
crederci. Per una settimana sono rimasto stupito e
felice”. Gioia e stupore sono ancora così forti da
emozionarlo di nuovo dopo un anno, al solo rivivere
il fatto. Eppure, per un anno, non una parola, non
una condivisione. Conosco adolescenti italiani che
ne avrebbero fatto un manifesto, lo avrebbero
comunicato subito, smanettando sul cellulare. Lui
no, ha tenuto dentro tutto, e non solo perché gli
manca il cellulare.
Grande
Tajel! Emoziona anche me vederlo così felice e penso
al Battesimo e a dove sia finita la consapevolezza,
l’entusiasmo, la commozione per questo dono immenso
in me, in tanti cristiani. Non passano che pochi
giorni ed è Shumon stavolta, a condividere altri
doni, ma anche lui non subito: due esperienze
accadute durante le ultime vacanze, tre mesi fa.
Unico figlio maschio di una vedova, Shumon passa le
vacanze lavorando sui trattori che caricano sabbia
dal fiume. Paga giornaliera per 10 ore di lavoro: 90
taka, poco meno di un euro. Verso le due del
pomeriggio, con gli altri lavoratori sosta per il
pranzo in posti lungo la strada, dove per poche taka
si può mangiare su una panca e sotto un tetto. Un
giorno arriva una donna a chiedere la carità: in
braccio tiene un piccolo e un altro lo ha per mano.
Nessuno la degna d’uno sguardo. Shumon, senza troppo
pensarci, le cede metà del suo pranzo, riso e
verdura. Un musulmano, seduto lì vicino, gli chiede:
“Perché lo hai fatto?”. Shumon non risponde e la
cosa finisce lì.
Qualche giorno
dopo, altro posto dove mangiare e altri poveri.
Questa volta è una ragazzina, anche lei ovviamente
con fratellini a carico. Sul collo porta ancora
fresca una lunga ferita che cerca di nascondere con
un lembo del sari. Shumon la accosta e comincia a
parlarle, le chiede cosa sia successo. Storie di
ordinaria violenza, le ferite non sono solo
esteriori. La rivede due giorni più tardi e dopo
averci parlato ancora un po’, le lascia sfilare
nella mano 45 taka, metà della sua paga. Lei
stupisce, vorrebbe rifiutare. Infine gli domanda:
“Sei cristiano?”. “Perché me lo chiedi?”, le dice
Shumon che stavolta trova qualcosa da ribadire. Si
sente rispondere: “Perché siete voi che vi
comportate così”.
Shumon, mentre
parla, sprizza una contentezza che solo l’imbarazzo
riesce a velare. Il pudore del bene. “Si ricorda
qualche mese fa, quando ci ha proposto di vivere
quella frase di Gesù: “Da questo tutti sapranno che
siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per
gli altri” (3) ? Allora non la compresi sul serio.
Adesso mi pare di aver capito per la prima volta
cosa significa”.
Fioretti di un
ventenne, metà oraon e metà santal, prove tecniche
riuscite di radicalità evangelica di una freschezza
e di una bellezza disarmanti. Una vita cristiana, la
mia, che non provochi domande (“Perché lo hai
fatto?”, “Sei cristiano?”), può davvero dirsi tale?
Ad arrossire stavolta sono io, mentre con gli occhi
torno allo sguardo dell’icona.
I conti, alla
fine della giornata di oggi e di quella di sempre,
li farà Lui. Quel che ci sarà da pagare pagherò,
sperando di strappare un biglietto di entrata, anche
in ultimo, purché si passi. Stasera ho soprattutto
gratitudine da offrire, non solo sconti da chiedere.
E mi ripeto: cosa abbiamo di più bello e grande da
dare alla gente, ai poveri, più del cibo e dei
vestiti, di scuole e di ospedali, pure necessari, se
non il Signore Gesù? Senza, tutto il resto è fuffa.

“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli,
se avrete amore gli uni per gli altri”
Giovanni 13,35
(1) P. Fulvio
Giuliano (1939-2007), missionario in Amapà
e per molti
anni padre spirituale nel Seminario Teologico del
PIME.
(2) Luca 23,43
(3) Giovanni
13,35