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Kompong Chhnang - Cambogia

 

Carissimi,

 un saluto da Kompong Chhnang, la comunità che il prefetto apostolico mi ha affidato un anno fa, dopo dieci anni di lavoro a   Kompong Thom.

 

Kompong Chhnang è il capoluogo della omonima provincia situata al sud del lago Tonle Sap.

Piccola città dove il nome chhnang vuol dire pentola di terracotta.  E’ infatti la maggior produzione locale.

 

Qui la situazione è molto diversa da quella di Kompong Thom. I cattolici sono per la maggior parte vietnamiti, parlano poco o niente il khmer, vivono sulle barche. Sono lontani dalla missione, circa 5 km, e ogni domenica un camioncino li porta alla chiesa.

Tra questi vi è Baa Ay, un anziana signora che vive sola su una casa-barca. Baa Ay non riesce più a stare in piedi, ha dimenticato come si fa. La casa-barca è così piccola e bassa che li dentro non si può stare in piedi.

A Pasqua siamo andati a prenderla per portarla alla festa. Non è stata impresa facile, si sprofondava nel fango della riva fin quasi al ginocchio, ma alla fine siamo riusciti a portarla alla chiesa.

Lei era contentissima, da un anno non lasciava la sua casa.

Arrivando alla chiesa ho trovato Somnang, un bambino di otto anni a cui, per un operazione sbagliata, hanno dovuto amputare una gamba. Era li con la mamma, camminava sorridendo intorno alla chiesa con le stampelle, contento perché con tanto esercizio è riuscito a mettersi in piedi e camminare da solo. Non mi aspettavo di vederli  alla chiesa perché sono buddisti.

E' poi arrivata la nonna con la nipote Manin una ragazzina disabile mentale, anche loro buddisti.

Intanto anche il camioncino blu stava stava entrando dal cancello portando più di cento bambini che vivono sulle barche.

Durante la settimana studiano la lingua vietnamita e khmer con suor Regina che lavora a Kompong Chhnang da anni.

Abbiamo una piccola scuola, nella parte bassa della città, sul tetto del vecchio e insicuro teatro costruito nel 1931. Per loro è l'unica occasione per imparare a leggere e scrivere.

Sono tutti buddisti. La settimana prima sono stato a trovarli, ho voluto invitare anche loro alla nostra festa più grande.

Trenta studenti di Hong Kong, in visita,  dopo Messa hanno preparato i giochi per tutti.

Dopo i giochi, pranzo insieme offerto dalla comunità.

La mia Pasqua: ho celebrato con duecento persone, tra cui venti cristiani, tutti gli altri forse non hanno capito nulla della Pasqua, di Gesù morto e risorto.

Ma era vera festa  il solo fatto d'essere insieme,  in modo così semplice, felice; “dove due o tre sono sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” venti erano riuniti esplicitamente nel Suo nome, gli altri riuniti per contagio.

La ragione di quell'essere insieme, anche se non conosciuta da tutti, era una sola: la Pasqua con la gioia, la bellezza, la forza della salvezza offerta dal Risorto, per tutti indistintamente. E la gioia è contagiosa.

Dall'altare vedevo Manin, Somnang, Baa Ay, quel mare di bambini che stipavano la piccola chiesa, i miei venti cristiani.

Mi soffermavo sui loro volti, li facevo passare uno per uno, mi chiedevo che cosa quegli occhi  hanno visto, mi tornavano alla mente situazioni di violenza domestiche che ho conosciuto, ancora più gravi per loro, perché quando il papà la sera torna sulla casa-barca ubriaco, la moglie e i bambini non hanno dove scappare, l'acqua chiude ogni via di fuga.

C'era chi veniva a Messa solo a Pasqua, perché fa il manovale e quando occasionalmente trova lavoro non esiste festa, lavora sette giorni su sette.

Poi gli occhi contenti di Baa Ay, la gioia di Manin felice per essere in mezzo a tanta gente, Somnang con le stampelle, possibilità di una vita nuova.

Il Signore è davvero risorto, parole certe, che sono un offerta incondizionata di risurrezione per noi, reale possibilità di una vita nuova.

Il Signore è risorto, lo leggevo negli sguardi di chi era davanti a me, che quella mattina Pasqua hanno assaggiato un boccone della vita nuova.

Ora la sfida: come far conoscere la bellezza della vita nuova donataci dal Risorto? Quale strade prendere?

Una piccolissima ma marcata traccia per riflettere viene da uno dei centri per i disabili mentali, a poche centinaia di metri dalla missione, gestito da New Humanity N.G.O. del PIME.

In una casa in affitto c'è un centro che gli accoglie e dove, la mattina fino al tardo pomeriggio, fanno attività, giochi e fisioterapia a secondo del loro bisogno. Manin e Somnang sono li tutti i giorni.

Nel contesto locale la disabilità viene dal proprio karma e il proprio karma ognuno se lo deve pagare da solo. Un centro che gli accoglie, li cura, li ama è  segno di contraddizione.

Sul terreno della missione vi è la chiesa, il posto dove si celebra l'eucarestia.

Mi sto chiedendo perché non creare, sullo stesso terreno della missione, un centro per i disabili mentali?

La chiesa, il posto dove si celebra l'amore, e li vicino il centro, il posto dove si vive l'amore celebrato.

E' per ora solo un idea, forse meno di un idea, un abbozzo, ma quando prego chiedendo una luce per il futuro della missione, ogni volta mi si ripresenta questa idea, con sempre più forza...e poi la domenica di Pasqua la sorpresa di Manin e Somnang.

Vi affido questa idea, ancora vaga e dai contorni incerti, ma bella come un sogno.

Praticamente le difficoltà sono tante; le più grandi sono quelle di pensare e preparare un progetto che abbia un futuro, la ricerca di personale preparato...l'esperienza è poca, e nel paese i centri di questo tipo si contano sulle dita di una mano. So di contare sulla preziosa collaborazione  di New Humanity  che in questo campo è giovane, ma sta crescendo molto. Desidero che il progetto lo si faccia insieme, segno di collaborazione tra chiesa e N.G.O.

 

La gioia e la forza del Risorto vi accompagni sempre.

 

Ciao p. Franco Legnani

 

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