Ci
sembrava giusto consegnare il crocifisso di
padre Mariano
a Francesca, sua madre. Mariano ci ha
lasciati senza preavviso e, raccogliendo i
suoi effetti personali, il Crocifisso, che
lui aveva ricevuto prima della partenza per
il Bangladesh, ci é apparso l’oggetto piú
prezioso, l’affetto piú caro, la traccia piú
evidente del suo passaggio tra noi. Ora é
nelle mani della madre.
"Ecco il compagno indivisibile delle tue
fatiche apostoliche; il tuo sostegno nei
pericoli e nelle difficoltá; il tuo conforto
nella vita e nella morte". Per la prima
volta ho associato queste parole, recitate
per la consegna del Crocifisso ai missionari
partenti, con la formula nuziale, quando lo
sposo e la sposa, celebrando il loro
matrimonio, si promettono fedeltá e amore
per sempre, nella salute e nella malattia,
nella vita e nella morte.
Spesso nella Scrittura, il rapporto fra Dio
e il suo popolo o i suoi profeti, é
descritto con il linguaggio dell’amore fra
lo sposo e la sposa. Pensate al Cantico dei
cantici o al grande profeta Geremia quando
dice di sé: "Mi hai sedotto, Signore, e io
mi sono lasciato sedurre" (Ger. 20,7).
Oppure Isaia, quando scrive: "... come
gioisce lo sposo per la sposa, cosí il tuo
Dio gioirá per te" (Is. 62,5). Tale é la
comunione con il nostro Dio, tale é
l’appartenenza reciproca... che solo il
linguaggio dell’amore, della passione é
capace di descrivere, per approssimazione,
la realtá a cui Dio ci chiama. Per questo al
missionario che parte viene detto che il
Cristo é il compagno indivisibile, l’affetto
imprescindibile, lo Sposo dell’anima.
Il
contesto che mi circonda é estraneo a queste
prospettive spirituali e a volte anch’io
dimentico cosí tanta grazia. Devo sempre
ricominciare daccapo e ricordarmi che il
Crocifisso che ho ricevuto é come una fede
nuziale, memoria dell’Amore che mi ha
sedotto... Nascondere il Crocifisso é come
nascondere la fede nuziale, tacere l’Amore,
rinnegare l’appartenenza a Lui. "Nessuno ti
chiamerá piú Abbandonata, né la tua terra
sará piú detta Devastata, ma tu sarai
chiamata Mio compiacimento e la tua terra,
Sposata, perché il Signore si compiacerá di
te e la tua terra avrá uno sposo" (Is.
62,4). Invece siamo sempre tentati di
togliere il Crocifisso, dalle nostra vita,
dalle classi scolastiche, dai luoghi
pubblici... come quando vogliamo divertirci
e ci togliamo la fede nuziale, rinnegando
l’appartenenza costitutiva della nostra
vita. Una casa senza Crocifisso é
"abbandonata", "devastata"... come una terra
senza lo Sposo..., direbbe Isaia. Mi chiedo
che paura fa il Crocifisso, al punto che
debba essere tolto? Cosa é mancato al nostro
annuncio, alla nostra testimonianza per cui
ora la Croce pare qualcosa di troppo?
Certo, la Croce non va esibita, ostentata.
Va piuttosto amata. Mi sembrano due le
prospettive possibili. La prima, fare in
modo di essere sempre vicini, prossimi a chi
soffre, nel corpo e nello spirito. Per
questo dedichiamo tempo e risorse ad aiutare
i malati anche e soprattutto se non
cristiani... Per non allontanarsi dal
dolore, per non fuggire quelle situazioni, e
quella sete, che esigono la misura di
Cristo. Vorremmo nascondere la Croce,
toglierci la fede nuziale per un istante
soltanto, ma quell’istante potrebbe essere
decisivo alla visione di Dio, per noi e per
gli altri. Padre Mariano era tormentato
dall’urgenza di essere fedele allo Sposo, in
ogni situazione, nella salute e nella
malattia, attraverso la fedeltá alle persone
e ai luoghi... laddove il corpo dello Sposo
patisce, la Chiesa é presente!
Una seconda prospettiva invece é quella di
un bambino di 6 anni che ha vissuto con noi
per alcuni mesi. Il suo nome é Borei, malato
di Aids fin dalla nascita. Il virus si fa
strada attraverso il padre, che anni
addietro era solito togliersi la fede
nuziale, passa poi alla madre e arriva fino
a Borei, che nasce malato. Lo abbiamo
conosciuto per caso e ospitato per alcuni
mesi cosí da registralo presso il presidio
sanitario locale per il diritto alle cure
gratuite, e farlo aumentare di peso con una
alimentazione regolare. Dopo la morte della
madre, Borei comincia a capire e sente gli
altri parlare di quella malattia. Si vede
piú piccolo e piú magro dei sui coetanei, ma
é dotato di un’intelligenza superiore: sa
ascoltare e comporre il puzzle delle
informazioni che va captando... Capisce che
tutto é partito dal papá, poi la mamma, poi
lui. All’inizio ha paura, ma spinto da una
naturale apertura alla vita tipica dei
bambini, si fa coraggio. A volte, anche solo
mangiare, lo stanca... Gli spieghiamo che le
medicine, tante sono le pillole che deve
ingurgitare, servono a spingere avanti la
fine. La scomparsa della mamma gli da una
chiara percezione della morte e degli
effetti prodotti dalla malattia, delle
discriminazioni gratuite e di tutto il
resto. Grazie a Dio, i ragazzi dell’ostello,
tutti piú grandi, accolgono Borei come un
fratellino minore. Un giorno é seduto sulle
mie ginocchi a, si parla. Ad un certo punto
mi chiede come si fa a fermare il male,
questo male. Gli spiego che non vi sono
cure, ma solo un posticipo della fine e gli
assicuro che proveremo tutte le vie
possibili. Mi dice che sá giá questa cosa,
ma lui intendeva chiedere come fare per non
fare uscire il male da lui, fermarlo dentro,
e batteva la manina sul suo petto... Se il
papá lo avesse tenuto dentro non sarebbe
passato alla mamma e cosí via... Lui invece
non vuole passare il male a nessuno, vuole
fermarlo dentro di sé...
La lezione finisce qui, con Borei che non
vuole restituire il male ricevuto e non
vuole essere un anello di quella catena...
Qualche giorno fa, a messa, ascoltavo un
brano tratto dalla lettera agli Ebrei: "Non
avete ancora resistito fino al sangue nella
vostra lotta contro il peccato..." (Eb.
12,4). A suo modo, Borai resiste e ferma
tutto dentro di sé. Questo riduce il
contagio e, almeno attorno a lui, non c’é il
male... Che immense risorse di bene dentro
questo corpicino malato, che grandi miracoli
il Signore sa compiere dentro le nostre
vite. "La sofferenza non é al di sotto della
dignitá umana. Ma si puó soffrire in modo
degno, o indegno dell’uomo". "Si deve anche
avere la forza di soffrire da soli, e non
pesare sugli altri con le proprie paure e
coi propri fardelli". (Etty Hillesum,
Diario, pag. 136)
Affido queste risorse di bene alle vostre
preghiere. La scuola che, nella lettera
scorsa era in costruzione, é ormai finita!
Grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto
in questi ultimi anni! Sono sempre grato al
Signore per il dono del mio Vescovo, i
presbiteri e i fedeli tutti della diocesi di
Kompong Cham. La fraternitá fra di noi é un
modo per "resistere fino al sangue...".
Saluto cordialmente don Franco, nuovo
parroco a Somma, i sacerdoti suoi coadiutori
e i sacerdoti che hanno lasciato Somma per
altre sedi. Ai miei compagni di messa,
l’augurio di non togliersi mai la fede
nuziale...
"Lo Spirito e la sposa dicono:Vieni!".
Vieni, Signore Gesú!
Ciao!
padre Alberto
Caccaro