Suihari, 23 giugno 2008
Intervista a padre
Francesco Rapacioli, superiore del Pime in
Bangladesh.
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P. Francesco Rapacioli, prete da 15 anni
e missionario in Bangladesh da 11 anni,
era laureato in medicina prima di
entrare nel seminario. Attualmente è il
Superiore Regionale del PIME in
Bangladesh |
L’intervista e’ sul dialogo in
generale: ecumenico, interreligioso e interculturale
che, secondo padre Francesco, sono forme distinte di
dialogo, ma anche legate le une alle altre.
Quando e come è nato il tuo
interesse per il dialogo?
Il mio interesse per il dialogo e’
iniziato a Pune, in India, quando, presso il
seminario teologico del Pime, svolgevo il mio
compito di formatore. Una domenica insieme ad un
confratello visitai un monastero buddista, un tempio
indù, uno sikh, una sinagoga e una moschea! Da
quelle visite nacque un cammino di riflessione
personale. Solo da quattro anni però sono impegnato
nel dialogo in una forma organizzata, impegno che e’
il risultato della maturazione di quel cammino
interiore iniziato a Pune.
Quanto ha influito sulla tua
scelta di dedicarti al dialogo il fatto che sei
missionario in Bangladesh, paese prevalentemente
musulmano?
Sicuramente ha influito, ma vedo
tutto in continuità con quello che ho vissuto in
India. Non aver mai svolto un servizio a tempo pieno
in parrocchia ma solo in campo sanitario ha
senz’altro favorito una certa libertà di azione e di
riflessione. Inoltre sono stato aiutato e
incoraggiato da alcuni confratelli del Pime,
specialmente da padre Enzo Corba, oltre che da padre
Franco Cagnasso. Il confronto con loro è stato molto
importante e di stimolo per iniziare e continuare il
mio impegno in questo settore.
Lavorare in questo campo ha
influito sulla tua fede?
Sì, certamente. Facendo dialogo si
viene a conoscenza di vari e diversi punti di vista.
Ma l’altro diventa davvero un interlocutore solo
quando diviene parte del nostro cammino, qualcuno
che ci mette in discussione e ci arricchisce con la
sua testimonianza. Il dialogo è una via per
approfondire la propria fede.
L’esperienza più bella che hai
fatto?
Non una, ma due in particolare. La
conferenza di Dhaka del 18 aprile 2008 con la
presenza di 40 cristiani e 40 musulmani. Devo dire
che è stato un momento di grazia per tutti. Per me,
sicuramente.
Un’altra bella esperienza è stato
l’incontro di recente con un professore musulmano
che a Savar ha fondato una scuola dove insegna agli
altri musulmani ad andare a fondo della propria
fede, convinto che il Corano insegna
fondamentalmente ad amare il proprio prossimo.
Ratisbona ha dato una svolta netta
al dialogo?
Ritengo che la citazione fatta dal
Santo Padre nel discorso tenuto a Ratisbona sia
stata intenzionale. Una citazione non condivisa dal
Pontefice ma voluta per porre l’accento su un punto
importante nel dialogo. In uno dei suoi discorsi nel
recente viaggio negli Stati Uniti, il Santo Padre ha
ribadito come nel dialogo si debba parlare di tutto,
di quello che unisce e di quello che divide, delle
somiglianze e delle differenze. Sottolineare le
differenze può essere motivo di crescita e di
approfondimento.
Quali a tuo avviso sono i passi
concreti che si devono attuare affinché il dialogo
possa incidere fortemente nella vita delle persone?
I dialoghi che organizziamo
coinvolgono generalmente i leaders, che dovrebbero a
loro volta raggiungere le persone che fanno parte
delle loro rispettive comunità. In campo musulmano i
leaders che partecipano a tali incontri non sono
generalmente gli Iman. In questo senso non sono i
più rappresentativi della comunità in quanto tale.
D’altronde, è necessario partire da qualcuno che,
anche se non Iman, abbia un ruolo nella comunità e
possa incidere su di essa.
Ritieni che il dialogo sia il
nuovo modo di fare missione?
Non il nuovo modo, ma un nuovo modo
di fare missione. Per un cristiano rimangono
altrettanto importanti la predicazione e la
testimonianza fino al martirio. Ma la Chiesa,
soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, ha
maturato la consapevolezza che anche il dialogo è
una forma di testimonianza della propria fede.
Passi concreti fatti o da fare nel
dialogo in Bangladesh?
Stiamo lavorando nel campo del
dialogo ecumenico e interreligioso. Stiamo pensando
ad una proposta in termini di dialogo
interculturale, inizialmente a livello di Chiesa
cattolica. Per quanto concerne il dialogo ecumenico
e interreligioso ci stiamo muovendo su tre versanti:
1) condivisione di fede nel senso di scambio dei
doni spirituali di ciascuna comunità; 2) servizio ai
più poveri, nella convinzione che il servizio
promuove l’unità tra i credenti. In questa
direzione, stiamo organizzando due pellegrinaggi
ecumenici per disabili a Dhaka e a Dinajpur; 3)
conferenze per una reciproca conoscenza di ciò che
ci unisce e ciò che ci differenzia per la promozione
dell’unità tra le chiese e dell’armonia tra le
diverse comunità.
Hai coniato una tua definizione di
dialogo? Vuoi condividerla?
Per me il dialogo è una reciproca
testimonianza tra credenti avente come finalità la
promozione della pace. Tale pace all’interno della
chiesa cattolica significa comunione, a livello
ecumenico significa unità tra le chiese, e a livello
interreligioso significa promozione dell’armonia tra
le varie comunità. La reciproca testimonianza infine
è ultimamente basata sulla convinzione e
sull’esperienza che lo Spirito di Dio opera anche
fuori dalla Chiesa Cattolica.