In missione per convertirsi

Cagnasso P.Franco
 «La mia missione è anche questa: aprire il cuore, farvi spazio per coloro che incontro con le loro pene, gioie, peccati, paure. Poi, quando prego, apro il cuore a Dio e loro sono tutti lì: cristiani, musulmani, buddhisti, lontani, vicini». È una frase che dà il tono e il senso del nuovo libro di padre Franco Cagnasso, missionario del Pime in Bangladesh, già superiore generale dell'istituto per 12 anni. Si intitola "Il vangelo del dialogo". Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio" (pp. 200, 17 euro) ed esce per i tipi di Edb, a cura di Sergio Bocchini. Più che una riflessione teologica sulla missione della Chiesa nel post Concilio, il libro è una testimonianza di vangelo annunciato e vissuto in contesti diversi e offre uno spaccato sulle contraddizioni che i missionari incontrano, sulla fatica del dialogo con religioni e culture, sulla difficoltà di amare e di aiutare i poveri senza idealizzarli o umiliarli. Nel volume sono raccolti scritti inediti e altri diffusi in rete o «pro manoscritto» tra gli amici. Lo apre una bella intervista a tutto campo, della quale riproponiamo ampi stralci.
Che idea di «missione» e «missionario» avevi in testa quando ti hanno chiesto di andare in Bangladesh?
«Ci vorrebbero molte pagine per rispondere... Destinato dai superiori a un Paese a stragrande maggioranza musulmano, mi sono preparato non solo studiando islamologia, ma anche cercando di capire quale spiritualità possa sostenere un missionario in mezzo a persone di altra religione e non interessate alla sua. Insieme a padre Achille Boccia siamo stati per un certo tempo a El Kbab, un eremo del Marocco dove un prete francese viveva da molti anni totalmente immerso nell'ambiente islamico, pregando e in amicizia con la gente, ispirandosi alla spiritualità di Charles de Foucauld. Quante domande gli abbiamo fatto! È stato utile. Partii convinto che si può essere missionari senza convertire nessuno. Avevo in me anche una specie di sfida tutta personale. Pensavo: "La mia fede è positiva, serena e liberante, ma forse ciò è dovuto alle condizioni privilegiate in cui sono vissuto. Solo se saprà stare di fronte, o meglio dentro alla povertà, alla sofferenza e al rifiuto si dimostrerà consistente". Vedevo la missione come l'occasione per mettere alla prova il mio rapporto con Dio e con il vangelo. È stata un'esperienza dura. La mia fede, penso, si è semplificata e non mi domando più come salvarla: la affido direttamente al Signore, perché ci pensi Lui. Mi sono convinto che il missionario deve desiderare la conversione, se intende lasciare le cose come stanno, può rimanere a casa. Deve lasciarsi convertire lui stesso dalla grazia, che opera attraverso gli avvenimenti, le persone, la sua stessa attività; e deve aiutare gli altri a convertirsi. Naturalmente anche la conversione degli altri è grazia, passa su strade che noi non conosciamo. (...) Convertire sì, o no, è un'alternativa schematica, ideologica. Tutti dobbiamo camminare nella conversione, che avviene in modi diversi. Qualcuno, nel cammino, incontra e accoglie pienamente Cristo, e questo non è il punto d'arrivo ma una svolta che impone poi conversioni sempre più profonde. Altri non lo incontrano consapevolmente, ma possono comunque avvicinarsi a lui in altri modi e il missionario - se ne ha l'opportunità - deve partecipare anche al loro cammino».
Quindi se qualcuno ti chiede di convertirsi al cristianesimo-cattolicesimo tu lo assecondi, anche se questa scelta può entrare in contrasto con la sua famiglia di origine, il villaggio, la cultura locale?
«Cerco di avere un atteggiamento che definirei positivo verso la persona, guardingo verso la sua richiesta. Metto in rilievo gli elementi positivi della religione cui appartiene, sottolineo che diventare cristiano non consiste tanto nel "cambiare religione" ma nell'incontrare Cristo, e questo comporta un lavoro profondo; indago sulle motivazioni reali della richiesta. Il contrasto con la famiglia, l'ambiente, e la cultura, in se stesso non è un motivo per fermarsi. Basta leggere i vangeli, gli Atti degli Apostoli, le lettere di Paolo per capire che spesso l'incontro con Gesù non è affatto indolore, provoca incomprensioni e fratture. Piuttosto bisogna capire se la persona che chiede il battesimo ha problemi suoi di rapporto con la sua comunità. Qualcuno si avvicina agli ambienti cristiani semplicemente perché disadattato, ha problemi psicologici o di comportamento sociale. Cerca un rifugio, ma non sa che - specie se proviene dall'islamismo - anche l'accoglienza da parte della comunità cristiana presenta difficoltà e richiede un adattamento. Accoglierlo significherebbe creare un doppio disadattamento. Conosco pure qualcuno che si sente ispirato e accompagnato da Gesù e dal suo vangelo, lo prega, ma non fa il passo verso la Chiesa. Infine, se le motivazioni per la conversione sono valide (non dico perfette, ma sane e oneste), accogliere qualcuno nella Chiesa è grande dono e grande festa».
Qual è la tua posizione nei confronti delle altre religioni, per esempio dell'islam che in Bangladesh è largamente maggioritario? È possibile un dialogo?
«Sono abbastanza sospettoso delle "religioni" come tali, cristianesimo compreso. Valutare ciascuna nel suo insieme è impresa disperata. Conosco e mi rapporto con uomini che vivono fedi differenti, appartengono a gruppi religiosi diversi, ne sono profondamente influenzati. Per qualcuno questa appartenenza è totalizzante; per altri si tratta soltanto di una fra le appartenenze, pur essendo significativa; per altri ancora è un puro fatto sociale che non incide nella propria vita interiore, o addirittura è un'appartenenza opportunista, ipocrita. Inoltre, all'interno di quell'immensa galassia che è una religione come l'islam, o il cristianesimo, o l'induismo, ci sono mondi spirituali e culturali diversissimi. Se così stanno le cose, alla domanda: "È possibile un dialogo con le religioni?", rispondo di no. Con gli uomini e le donne, spesso sì e molte volte no. Le ragioni per cui una persona di una religione dialoga con una persona di un'altra religione sono a loro volta svariatissime: l'interiore desiderio di convertire l'altro, la curiosità, i dubbi e il malcontento sulla propria fede, la visione ampia e il bisogno di superare barriere, la ricerca spirituale o intellettuale, l'amicizia, gli interessi comuni... Ogni punto di partenza ha valore, se c'è onestà, e permette di fare un poco di strada. Perché invece altri non dialogano? Forse non si pongono il problema. In Bangladesh, molti musulmani non sanno che ci sono cristiani nel loro Paese, oppure si è abituati fin dall'infanzia a considerare lo spazio religioso dell'altro come un "tabù". Altri hanno una fede piena di paure, rigida, nevrotica, terrorizzata dal confronto, dalla possibilità di contaminazioni. Ricordo la simpatica confidenza che mi fece, anni fa, un pastore battista dell'Irlanda del Nord. Studiavano il bengalese lui, la sua famiglia, altri battisti, insieme a me e ad alcuni padri e suore cattolici. Dopo vari mesi mi disse: "Sai, mi è venuto un sospetto. Sono stato educato a considerare il cattolicesimo come un temibile errore, e i preti come i suoi corrotti propagatori... ma con voi mi trovo bene, mi sembrate persone di fede, siete simpatici e sinceri. Che io stia andando fuori strada?". Con chi non sa o non vuole dialogare, l'incontro di vita è l'unica strada che può (dico può) aprire aperture feconde. Il punto dunque, secondo me, è cercare di avere una "vita dialogica", una vita che parla e che ascolta».
In estrema sintesi, cosa hai imparato di veramente importante in questi 70 anni di vita, in parte trascorsi come superiore del tuo istituto e poi come «semplice» missionario sul campo?
«Do una risposta provvisoria, perché vorrei vivere ancora un poco, e imparare ancora. Mi sono appassionato all'uomo, molto più di prima. Sento Dio come indicibile, e allo stesso tempo "più intimo a me di me stesso", per citare un pensiero che credo sia di Agostino. Ho capito che quanto più mi credo amato e voluto, tanto meno ho bisogno di sentirmi importante. Scruto il vangelo e il mistero di Cristo come una proposta sempre nuova, affascinante, di cui ancora devo scoprire il cuore, e cerco con crescente curiosità. Ringrazio perché in me c'è maggiore spazio per la compassione, che vorrei fosse la dimensione principale del mio sentire».
Insomma, mi pare che tu sia contento della tua vita e delle scelte che hai fatto...
«Sì. Se mi dicessero: "Puoi ricominciare tutto, ma per una volta sola...", rifarei la stessa scelta. Cercherei di fare meno errori, soprattutto di essere più coraggioso e generoso, l'unico rammarico è di non andare fino in fondo nel seguire Gesù».
per 18 anni a
capo del pime

Classe 1943, padre Franco compirà 70 anni in ottobre. Nato a Susa (Torino), a 15 anni si sposta a Bergamo perché il padre era stato nominato presidente del Tribunale della città. Entrato in seminario perché colpito dalla testimonianza di un missionario degli Oblati di Maria Immacolata in Laos (ma indirizzato al Pime dal suo direttore spirituale, un prete diocesano di Bergamo), viene ordinato prete nel 1969. Dopo alcuni anni di impegno nel giornalismo (nella redazione di Mondo e Missione, allora diretta da padre Gheddo), nell'editoria (con l'Emi) e nell'animazione missionaria (partecipa alla fondazione del Segretariato Unitario di Animazione Missionaria - Suam), nel 1978 Cagnasso parte per il Bangladesh. Eletto vicario generale dell'istituto nel 1983, rientra in Italia e incomincia a viaggiare molto per le missioni dell'istituto. Dopo sei anni padre Franco diventa superiore generale e viene rieletto una seconda volta, fino al 2001. Nei diciotto anni di direzione ha chiarito e ampliato il processo di internazionalizzazione dell'Istituto, accogliendo personale proveniente da Paesi asiatici e dall'Africa e aprendo nuove missioni. Nel 2002 ritorna in Bangladesh, a Dhaka, come accompagnatore spirituale del Seminario maggiore di tutte le diocesi del Paese. Di recente è stato eletto superiore del Pime in Bangladesh.
Tra i suoi scritti ricordiamo: Forti nell'attesa (2001); Pieni di gioia e di Spirito Santo (2002), La missione comincia dal cuore (2002), tutti in collaborazione con Domenico Pezzini e pubblicati dalla Emi; La forza della debolezza, San Paolo (2007), che raccoglie le sue rubriche su Mondo e Missione.


"La missione per i non adetti a lavori"

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