Sulle strade di Dhaka

Beninati Fr.Lucio
Sulle strade di Dhaka
di Lucio Beninati
Nel Paese vigono abusi e corruzione, all’origine anche degli incidenti nelle fabbriche. Noi ci mettiamo al servizio dei piccoli: i bambini emarginati che vivono nelle baraccopoli o per la strada
Nei mesi scorsi il Bangladesh più di una volta è balzato all'onore delle cronache internazionali per episodi di violenza, scioperi, disastri. Di certo i vostri cuori hanno accolto le grida di sofferenza degli operai bruciati vivi in fabbrica, nel loro posto di lavoro, e pregato per noi in questo momento difficile. Forse accogliere nel cuore significa anche interrogarsi sulle cause di quello che ci accade intorno e fare delle scelte prendendo posizione. Nella fabbrica di abbigliamento andata a fuoco 112 giovani (o forse più...) sono rimasti uccisi a causa dell'assenza di ogni forma di tutela dei diritti umani, compreso il rispetto delle norme di sicurezza. Questo avviene per mantenere bassi i prezzi delle merci ed essere così competitivi sul mercato. Gli operai sono sottopagati: il loro salario è di circa 40 euro al mese, per giornate di lavoro che spesso superano le 12 ore.
Sono molte le contraddizioni di questo Paese dove vige la regola della "non-norma": abuso e corruzione la fanno da padrone; non a caso il Bangladesh, nella lista di Transparency International, è al secondo posto al mondo per la corruzione, insieme al Camerun. Certamente questa disgrazia ha scosso l'opinione pubblica e - ne sono sicurissimo - più di qualche politico, vedendo quelle scene, avrà pianto. Ma, oltre alla sfera emotiva, nulla... Quando muterà questa situazione? Quando le grida di questa povera gente verranno accolte e si prenderanno provvedimenti? Quei giovanissimi operai non sono potuti scappare dal fuoco perché i portoni dei reparti erano chiusi (è prassi comune che i proprietari chiudano le vie di accesso per impedire che i manufatti possano uscire in modo illegale). Sono queste le condizioni che determinano il prezzo basso di un prodotto che, spesso, giunge fino alle nostre case.
Personalmente qui, nel mio oggi, assieme a quanti si sono resi disponibili (abbiamo circa 50 volontari di varie età, religioni e professioni), continuo a servire i piccoli, i bambini nelle baraccopoli dove vivo, come pure quelli in strada, rifiutati e abbandonati. Cerchiamo di fare bene ciò che è alla nostra portata, tentando di creare relazioni amichevoli con questi bambini, spesso diffidenti a causa delle condizioni in cui vivono, o meglio sopravvivono. Li avviciniamo, nelle chiassose strade di questa metropoli che è Dhaka (la Bbc l'ha classificata "capitale più invivibile del pianeta"), uno per uno in un certosino lavoro di contatti, con semplicità ma con un impegno serio. Ci sediamo con loro sul marciapiede, in piazza, sotto una pensilina per accorciare le distanze in questa cultura piena di barriere. Così passiamo molte ore insieme, dapprima alfabetizzando con l'aiuto di minuscole lavagnette e gesso, poi giocando. Spesso li curiamo, facendoci aiutare da altri bimbi loro coetanei, per pulire le piaghe di chi si è ferito. Il nostro esempio diventa per tutti un esercizio di affettività, fraternità e reciproca accoglienza.

Giorni fa l'avvocato che ci stava aiutando per registrare la nostra associazione di volontariato (idea poi accantonata perché ci è stata chiesta una "bustarella", forse a causa del tipo di lavoro che svolgiamo) mi ha confessato: «Ho un pizzico di invidia per te, poiché certamente la notte, dopo tutte le opere di fratellanza che fai durante il giorno, riesci a dormire tranquillo. Io invece nel mio lavoro devo difendere l'interesse dei miei clienti e, a volte, per farlo commetto disonestà e dico bugie. La notte tutto questo ritorna nei miei pensieri e questi appesantiscono il mio cuore senza lasciarmi dormire». A dire il vero non è proprio così, perché le grida di sofferenza delle persone che quotidianamente aiutiamo in strada spesso portano anche a me notti insonni. Sì, questi piccoli, sempre più piegati nel corpo e nello spirito, mi hanno preso il cuore: sono "la mia gente", la mia vita. Chiaramente la mia piccolezza spesso mi rende incapace di risolvere le ingarbugliate faccende di questi bimbi emarginati; spesso constatiamo che la loro necessità supera di gran lunga le possibilità di noi volontari.
Come può Iddio aver affidato proprio a noi bimbi con situazioni tanto disastrose? A volte non riusciamo a trovare risposte. Cosa dire di Munna, il più piccolo bimbo di strada che mi sia mai capitato, un mese e due settimane di vita (neppure quando lavoravo in Brasile ne ho visti di così piccoli)? La mamma, Moena, lei pure ragazza di strada, è venuta a portarcelo nel nostro minuscolo ufficio perché non sapeva a chi rivolgersi: il neonato aveva difficoltà di respirazione dovute a una polmonite. Ho preso il piccolo e di corsa, con un rickshaw, l'ho portato al più vicino pronto soccorso. I medici mi hanno subito informato che, oltre ai polmoni, anche il cuore presentava problemi, e la milza era ingrossata. Poi, con voce sommessa, un dottore mi ha confessato: «C'è molto da fare per questo bimbo e non sappiamo se faremo in tempo; il suo corpicino potrebbe non riuscire a reagire». Grazie al cielo Munna ce l'ha fatta! Il passo successivo era non farlo rimanere per la strada: ci siamo riusciti sistemando sia lui che la mamma in una casa di accoglienza. Purtroppo, dopo solo due mesi, le pressioni della nonna e dei "protettori", a cui sono venuti a mancare i proventi della prostituzione di Moena, hanno causato molta tensione anche contro di noi. Moena è stata costretta a ritornare per la strada con il piccolo Munna, ricominciando, così, il suo calvario sul marciapiede. MM


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