“L’unica Notizia che conta”. È stato intitolata così la presentazione dell’autobiografia di padre Piero Gheddo, per lunghi anni direttore di Mondo e Missione e di altre testate del Pime.

Nel volume, edito dalla Emi col titolo “Inviato speciale ai confini della fede” (scritto insieme a Gerolamo Fazzini), padre Gheddo la sua storia straordinaria di missionario e giornalista.

Alla presentazione di questo libro il Centro missionario Pime dedica oggi alle 21 una serata speciale con alcuni testimoni autorevoli che racconteranno la loro amicizia con padre Gheddo.

Dopo i saluti del Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca interverranno:

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews

Marina Corradi, giornalista e scrittrice

Giorgio Torelli, già inviato del Giornale

Moderatore: Gerolamo Fazzini, consulente per la comunicazione del Pime

L’appuntamento è presso il Centro missionario Pime – Milano
Via Mosè Bianchi, 94 - 20149 Milano

MM 1 e 5 - (fermata Amendola e Lotto) – Filobus 90/91

Attorno alla causa di beatificazione dei genitori di padre Piero Gheddo, Rosetta e Giovanni, cresce l’interesse  e la devozione dei fedeli. L’ultimo episodio significativo: sul numero di maggio del “Bollettino Salesiano”, che nella versione italiana viene stampato in 400mila copie, è riportato un lungo articolo su Rosetta e Giovanni Gheddo. Il che ha provocato un’ondata di richieste e di commenti entusiasti da parte di molti.

Racconta padre Gheddo: “Le Salesiane e i Salesiani hanno adottato Rosetta e Giovanni perché erano entrambi devoti di don Bosco; Rosetta aveva studiato da loro per diventare maestra ed era iscritta alla loro associazione ADMA e ha chiamato le suore Salesiane all’asilo di Crova. Hanno promesso di diffonderne la devozione e fanno sul serio. Di recente ho incontrato Paola Cuccioli, una suora giovane che dirige questo movimento, insieme con la nuova postulatrice della causa, l’avvocato Lia Lafronte (che ha preso il posto di Francesca Consolini)”.

Se il processo di beatificazione dei due coniugi si è rimesso in moto il merito è proprio della nuova postulatrice, che – osserva padre Gheddo - “si è innamorata di Rosetta e Giovanni e ha trovato una marea di testimonianze orali e scritte dove in precedenza, dieci anni fa, si era detto che non c’era niente!”.

A Tronzano (Vercelli), i genitori di Gheddo, due giovani militanti d’Azione cattolica, godono ancor oggi di una solida “fama di santità”:senza aver fatto nulla di straordinario, hanno vissuto la loro breve esistenza vivendo il Vangelo nelle gioie e nelle sofferenze di una normale famiglia, nella carità e nell’accettazione gioiosa della volontà di Dio”, ha scritto di loro padre Piero.

Rosetta Franzi,nata a Crova (Vercelli) nel 1902, insegnante elementare, ha manifestato la sua santità soprattutto nell’amore al marito e ai tre figli. Molto religiosa e caritatevole con i poveri, da ragazza aveva curato l’asilo di Crova e insegnava privatamente a uomini e donne che non erano andati a scuola; da giovane sposa e mamma a Tronzano, partecipava all’Azione cattolica ed era catechista parrocchiale.Come sposa, nei sei anni di matrimonio, si è consacrata totalmente al servizio della vita con numerose gravidanze. Con papà Giovanni volevano tanti figli: ha dato alla luce Piero (1929), Francesco (1930) e Mario (1931); poi due aborti spontanei e il 26 ottobre 1934 è morta di parto e di polmonite a 32 anni con i suoi due gemellini di cinque mesi, che non sono sopravvissuti. Il parroco del suo paese natale, pochi giorni dopo la morte, ha celebrato la Messa di suffragio con i paramenti bianchi, dichiarando ai fedeli: “Sono stato il parroco e il confessore di Rosetta. Lei era un angelo ed è già in Paradiso. Non celebriamo la Messa da morto, ma cantiamo la Messa degli Angeli”.

Giovanni Gheddo,nato a Viancino (frazione di Crova) nel 1900, si è sposato nel 1928 con Rosetta e sono vissuti a Tronzano. Uomo di grande bontà e carità e membro attivo dell’Azione cattolica impegnato in varie opere parrocchiali, è ancora ricordato come “il geometra dei poveri”: faceva gratis il suo lavoro per i meno abbienti.Per la sua autorità morale e religiosa, era chiamato come “conciliatore” quando in paese succedevano liti: riusciva a portare la pace, appellandosi alla Divina Provvidenza e all’amore che deve regnare nelle famiglie e nella convivenza civile. Mandato in guerra in Russia per punizione di non essersi iscritto al Partito fascista (avrebbe dovuto restare a casa come padre vedovo di tre minorenni), è morto nel dicembre 1942 in Unione Sovietica con un gesto eroico di carità. Capitano d’artiglieria della divisione Cosseria, ricevuto l’ordine di ritirarsi mentre il 17 dicembre 1942 i sovietici avevano scatenato l’offensiva, avrebbe potuto mettersi in salvo con i suoi militari, ma ha detto al suo giovane sottotenente (che doveva restare nell’ospedaletto da campo con i feriti intrasportabili):“Tu sei giovane, devi ancora farti una vita. Salvati, qui rimango io”.Le lettere di papà Giovanni dalla Russia sono state pubblicate dal figlio padre Piero in “Il testamento del capitano” (San Paolo 2002, pagg. 210). Un secondo volume, “Questi santi genitori”, racconta la storia dei due servi di Dio, con numerose testimonianze sulla loro fama di santità (San Paolo 2005, pagg. 184).

Oltre 80 Paesi visitati per incontrare sul campo popoli, culture, missionarie, missionari, volontari.

Un centinaio i scritti per raccontare l’incontro con le genti del Sud del mondo; numerosi i colleghi di cui è stato amico, da Indro Montanelli a Enzo Biagi.

Molti gli scoop giornalistici, come il reportage “sotto sorveglianza” a Cuba nel 1970, il racconto fotografico della guerra civile in Angola nel 1975 o i «contro-reportage» dal Vietnam durante il conflitto degli anni Settanta.

C’è tutto questo, e molto di più, nel nuovo libro di padre Piero Gheddo, «decano» dei missionari giornalisti d’Italia, per 40 anni direttore del mensile Mondo e Missione, fondatore dell’agenzia stampa AsiaNews,oggi diretta da padre Bernardo Cervellera. Il suo libro Inviato speciale ai confini della fede. La mia vita di missionario giornalista(Editrice missionaria italiana, pp. 224, euro 14, prefazione di Andrea Tornielli) è in libreria da questa settimana.

Un testo ricco di storie, avventure e aneddoti inedit. Come la decisione dei superiori del Pime di espellere il giovane Gheddo dal suo istituto religioso perché - da seminarista - andò ad acquistare la carta necessaria per stampare un giornalino missionario senza permesso. Oppure, vicenda molto più eclatante, la «censura» dell’Osservatore romano a due interviste realizzate da Gheddo durante il Concilio Vaticano II (padre Piero seguì l’assise conciliare per conto del quotidiano della Santa Sede): per intervento della Segreteria di Stato non vennero pubblicate il colloquio con il cardinale Agostino Bea, presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, e quello con il vescovo brasiliano Hélder Câmara, presule di Recife, paladino dei poveri in terra latinoamericana.

Nel suo libro – realizzato su richiesta della Direzione generale del Pime e scritto insieme al giornalista Gerolamo Fazzini - Gheddo riporta anche racconti autobiografici molto personali, come quella volta che in India, nel 1978 scampò fortunosamente ad un attentato aereo di un gruppo estremista induista che costò la vita a centinaia di persone.

Un testo prezioso, innanzitutto per chi conosce già padre Gheddo, per averlo incontrato o aver letto uno dei suoi numerosi libri, perché permette di ripercorrere un’avventura umana, missionaria e giornalistica unica: «Quella di padre Piero Gheddo è una grande storia italiana, prima ancora che cristiana» scrive Andrea Tornielli nella prefazione. La sua forza è stata per tutta la vita e continua a essere la disponibilità a lasciarsi ferire, mettere in discussione dalla realtà».

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Dal capitolo “Le mie crisi di uomo e di prete” pubblichiamo la parte finale, dal titolo “Cosa mi aiutato nel mio cammino di fede”

Tre i fattori che mi hanno aiutato. Il primo: il Capitolo di aggiornamento post-conciliare del Pime (maggio 1971-gennaio 1972) a Roma nella casa generalizia. Mi ha fatto bene studiare per la prima volta la storia dell'istituto e i suoi personaggi, martiri e santi: ho scoperto che il Pime è davvero un bell’istituto, con una grande tradizione di santità e di passione per la Chiesa e la missione.

Anche monsignor Pirovano[1] è stato decisivo. Pregava tanto e a me diceva, che come giornalista con una vita molto distratta, dovevo essere fedele alle pratiche di pietà del sacerdote. Quando sono andato a salutarlo all’ospedale Valduce di Como, poco prima della sua morte mentre stavo partendo per la Guinea-Bissau, abbiamo recitato assieme il Rosario e poi mi ha detto di recitare tre Rosari al giorno. Nella sue lettere, scriveva spesso: «Missionari siate voi stessi, missionari di Cristo e nient’altro». L’Istituto ancora lo ringrazia, perché ha saputo realizzare le «vie nuove» nello spirito missionario autentico, che abbiamo ereditato dalla nostra storia secolare. Su un punto Pirovano non transigeva: l’amore e la fedeltà al Papa. Il discorso ai missionari partenti del 22 settembre 1968 è tutto impostato su questo tema.[2]

Oggi nella Chiesa, scriveva citando Paolo VI, «si sta infiltrando uno spirito di critica corrosiva, un acido spirito di critica negativa e abituale…La roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa è Pietro, il Papa, l’unico parametro a cui tutto riferire: idee, dottrine, teorie, movimenti, tendenze, progetti, per verificare la loro ortodossia e la loro capacità di salvezza e di produzione di grazia».

Nella mia crisi di giovane sacerdote mi ha aiutato anche la comunità del Centro missionario Pime di Milano (in via Mosè Bianchi), iniziata nel novembre 1973, Discutevamo e ci confrontavamo con le teorie e le prassi correnti sul sacerdozio, la preghiera, la contestazione e l’obbedienza alla Chiesa: con grande gioia vedevo che i miei confratelli, con varie sensibilità e accenti, erano d’accordo con la visione di Pirovano. E poi i due confessori e padri spirituali che mi seguivano: prima padre Attilio Villa (già missionario in Cina) e poi padre Franco Vernocchi (in Guinea Bissau). Personaggi decisamente conservatori nella vita spirituale (e anche nel resto), ma io avevo bisogno di quel richiamo, per non venir travolto dall’ondata delle «vie nuove», che nella stessa Chiesa italiana erano spesso fallimentari, anche se la stampa le esaltava; mentre le «vie nuove» realizzate con la preghiera e la fedeltà alla Chiesa non facevano notizia.

Mi hanno aiutato molto anche le Adoratrici del SS. Sacramento di Seregno e la Madre Maria Immacolata, donna di grande spiritualità, intelligenza e cordialità,come ho già ricordato nel Capitolo XIII sulle suore di clausura. 

Più tardi il Signore Gesù mi ha mandato altre occasioni e maestri. Sul mio cammino di fede hanno influito molto i missionari di cui ho dovuto scrivere la biografia: il beato martire Giovanni Mazzucconi, in occasione della sua beatificazione (19 febbraio 1984), i servi di Dio Marcello Candia (oggi venerabile), Clemente Vismara (oggi beato), Felice Tantardini, Paolo Manna (oggi beato), Carlo Salerio, Alfredo Cremonesi e altri di cui non s’è ancora iniziata la causa di canonizzazione.

Ho scritto 18 biografie di missionari, non solo del Pime.[3] Qui ricordo brevemente quattro di questi missionari, che ho conosciuto personalmente e mi hanno aiutato a crescere spiritualmente, hanno incarnato per me le virtù dei missionari: il beato padre Clemente Vismara, il servo di Dio fratel Felice Tantardini, padre Augusto Gianola e padre Leopoldo Pastori.

Clemente Vismara (1897-1988) ha infiammato i miei anni giovanili con i suoi racconti di vita missionaria; poi sono andato a trovarlo in Birmania, sono stato il postulatore della sua Causa di Beatificazione. Per me incarna la virtù dell’obbedienza. Quando, come ho ricordato, nel 1993 il superiore generale padre Franco Cagnasso mi chiama a Roma per dare vita all’Ufficio storico del Pime, ho avuto una forte reazione contraria; l’amico Giorgio Torelli e altri giornalisti hanno passato la notizia alle agenzie, provocando proteste su vari giornali, compreso il Corriere della Sera. In quel tempo stavo preparando la causa di beatificazione di Clemente Vismara e mi viene tra le mani una sua lettera al grade amico e benefattore Pietro Migone. Il vescovo l’aveva tolto da Monglin, dove «in 32 anni avevo messo in piedi una mezza città», per mandarlo a Mongping (a 225 chilometri di distanza), dove a 60 e più anni partiva quasi da zero. Clemente scrive: «Il mio cuore vacilla, ma ho obbedito perché sono persuasissimo che se io facessi qualcosa di testa mia certamente sbaglierei e mi andrebbe male».[4] Lo Spirito Santo ha messo quella lettera sotto i miei occhi, ho visto che era la mia stessa situazione. Ho obbedito anch’io ed è stata la mia salvezza.

Il servo di Dio fratel Felice Tantardini (1898-1991) era un fabbro, aveva fatto solo la terza elementare, poi era andato a lavorare Entrato nel Pime dopo la prima guerra mondiale (prigioniero in Austria) è partito quasi subito per la Birmania. A me ha insegnato il valore dell’umiltà e, come giornalista, ne avevo davvero bisogno. I giornalisti peccano spesso di superbia e io avevo (e ho ancora) questo vizio di chi acquista una certa fama scrivendo. Anche perché, come diceva Mac Luhan, il profeta dei giornalisti, «il mezzo è il messaggio» e i giornalisti si mettono volentieri in vista, pensando di dare chissà quale messaggio. Felice era tutto il contrario. Era un gran lavoratore, si autodefiniva «il servo dei preti e delle suore», faceva di tutto: falegname, ortolano, muratore, cuoco e via dicendo. Lavorava molto, ma anche pregava molto. Tutti erano innamorati del missionario Felice, cristiani e non cristiani. I vescovi lo chiamavano in altre diocesi, era diventato una bandiera del cristianesimo in un Paese pagano. Tornò l’unica volta in Italia nel 1956 per fortissimi dolori alle gambe. Temeva di perderle e scrisse al suo vescovo mons. Alfredo Lanfranconi che forse non sarebbe potuto tornare in Birmania, perché privato delle gambe. Il vescovo risponde: «Con le gambe o senza gambe torna assolutamente in missione». 

Padre Augusto Gianola (1930-1990) mi ha insegnato lo spirito di sacrificio, di mortificazione. Missionario in Amazzonia, era tutto di Dio e tutto per i suoi «caboclos», che aiutava con iniziative per impedire che emigrassero nelle baraccopoli di Manaus. Ma voleva anche imitare gli antichi padri del deserto, che vivevano isolati dal mondo. Si ritira, per mesi e anche per anni, in un suo «monastero» in foresta, a tre giorni di cammino dal villaggio dei caboclos: pescava, coltivava la terra e andava a caccia con un fucile portato dall’Italia. Si sottoponeva a terrificanti penitenze, perdeva 30 chili per i digiuni e recitava sette Rosari al giorno. Questa sua ricerca dura tutta la vita. A Roma, una sera d’estate 1980, sul Gianicolo e davanti a un bel gelato Augusto mi chiede: «Ma insomma, Piero, tu cerchi Dio? Tu aspiri alla santità? Che immagine ti fai di Dio? Quali sono i tuoi rapporti con Gesù e con la Madonna?». Gli ultimi anni della sua vita li trascorre in foresta (settembre 1986-agosto 1989). Si immerge sempre più nella preghiera, nelle mortificazioni e nei digiuni. Due i sentimenti in questa estrema ricerca di Dio: la coscienza della propria piccolezza e la certezza di aver pregato e cercato Dio con tutte le forze. Nella primavera 1989, padre Augusto va a Parintins e gli confermano che ha contratto la lebbra. Scrive ai compaesani di Laorca pochi mesi dopo: «Quando i medici mi hanno detto che ho la lebbra. il mio cuore ha provato una felicità mai provata. Come è buono il nostro Dio! Così  incomincio un’altra avventura, la più bella di tutte… Non mi spiacerebbe finire la mia vita in un lebbrosario, assieme ai più poveri e disprezzati dal mondo».

La biografia di Augusto è un formidabile messaggio di Vangelo per i giovani d’oggi.[5] Perché Augusto è un giovane di spirito, moderno, avventuroso, insofferente di regole e di pastoie burocratiche, amante della natura, poeta, sognatore, scrittore geniale ed efficace. Ha tutte le qualità per piacere ai giovani di età e di spirito. E trasmette con tutta la sua vita questo messaggio: solo Dio conta, il resto, in fondo, passa presto e non vale niente; ha valore solo se è orientato a Dio, se è vissuto per Lui.

Padre Leopoldo Pastori (1939-1996), missionario in Guinea-Bissau, è stato un «contemplativo in azione» (Redemptoris Missio, n. 91). Nasce a Lodi da famiglia povera con quattro figli. Orfano di padre a quattro anni, la mamma faceva la lavandaia, Leopoldo è accolto nell’orfanotrofio di Lodi, studia e lavora. A 18 anni viene al Pime, è sacerdote a 30 nel 1969. Contrae l’epatite virale quando passa una vacanza di seminari in Guinea Bissau. E’ curato e sta benino, nel 1974 parte per la Guinea Bissau, va a Bafatá e con i giovani crea iniziative sportive, musicali, di formazione cristiana, trasmette la fede e tanti lo cercano. Torna in Italia per l’epatite, è padre spirituale nel seminario del Pime a Monza, nel 1990 sta meglio e riparte per la Guinea.

Gli ultimi sei anni di vita li passa al Centro di spiritualità di Ndame, fondato da lui con p. Mario Faccioli: lo hanno voluto fortemente per «dare un’anima» alla missione in Guinea, che correva il rischio di essere sbilanciata sulle opere sociali ed educative. A Ndame Leopoldo si dedica alla preghiera, alla direzione spirituale, alla carità nei villaggi che visitava. Buono con tutti, paziente, uomo di pace capace di sopportare le offese, dava tutto quanto riceveva dall’Italia. E poi passava lunghe ore davanti a Gesù Eucaristico. Muore all’ospedale di Piacenza il 26 maggio 1996. Nel 1997 sono stato in Guinea e il vescovo francescano mons. Ferrazzetta mi dice: «Scrivi la biografia di padre Leopoldo, raccogli le testimonianze su di lui, molti lo ricordano come un santo. Tradurremo la biografia in criolo e avrà un grande valore di formazione cristiana». Suor Rachele Recalcati, Superiora delle Missionarie dell’Immacolata in Guinea: «È stato una stella filante nel cielo della Guinea Bissau. Il Signore ce l’ha dato per troppo poco tempo. Era un uomo di Dio, ha fatto innamorare di sé i giovani e tutta la gente. Da tempo si capiva che non stava bene. L'ultima volta che l’ho visto era tutto giallo e voleva ancora ritardare la partenza». Il suo parroco a Lodi, don Giancarlo Marchesi, mi diceva: «La sua vita è stata un martirio dall’inizio alla fine. Lo chiamavano da tutte le parti, ma doveva limitarsi perché sentiva che, altrimenti, andava incontro alla morte! Una situazione tremenda e non sempre era capito dagli altri».

Leopoldo Pastori rappresenta un santo atipico nelle missioni d’Africa, ma molto attuale e profetico per il futuro della Chiesa nel continente nero: non un monaco nel monastero, ma un missionario ammalato, che non torna in patria, ma rimane tra il suo popolo dando testimonianza della vita Cristo. I preti locali annunziano Cristo con la parola, lui è il missionario che, come Gesù in Croce, soffre e prega per tutti.

 


[1]Superiore generale del Pime per due volte (1965-1977); sta iniziando la sua causa di beatificazione.

[2] Si veda: Il Vincolo (bollettino interno del Pime), dicembre 1968, pagg. 38-39.

[3]Tra questi Marcello Candia, mons. Marcello Zago, l’avvocato Davide Sipione, «il cancelliere dei lebbrosi».

[4]P. Gheddo, Fare felici gli infelici  Prefazione di Roberto Beretta, Emi, Bologna 2014, pag.129. La lettera di Vismara è del 28 gennaio 1956.

[5]P. Gheddo, Dio viene sul fiume. Augusto Gianola, missionario in Amazzonia. Una tormentata ricerca di santità, con prefazione di Enzo Biagi, Emi, Bologna 1995. Si veda anche G. Fazzini (a cura di), La più bella delle avventure, Teka Edizioni, Lecco 2015, con prefazione del card. Angelo Scola.

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