Oggi, dopo alcuni giorni di ricovero all’ospedale San Carlo di Milano, è morto, all’età di 88 anni, padre Piero Gheddo, del Pime, uno dei missionari-giornalisti più importanti d’Europa, figura ecclesiale e culturale di spicco nella Chiesa e nella società italiane. I funerali saranno celebrati nella chiesa di san Francesco Saverio in via Monte Rosa 81 a Milano sabato 23 alle ore 10.

«Da qualche giorno padre Piero era in ospedale, ma non ci aspettavamo una morte così improvvisa», ha dichiarato il superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, che da Roma ha appena raggiunto Milano. «Con la morte di padre Gheddo – continua padre Brambillasca -  la Chiesa, il Pime e la missione perdono un missionario prezioso, vitale ed entusiasta. Padre Gheddo ha contribuito molto alla causa missionaria come giornalista (ha portato nelle nostre case la missione “fino agli estremi confini della terra”), come storico (ha seguito fino all’ultimo la storia delle missioni del Pime e non solo) e come animatore missionario: ha suscitato, infatti, attraverso i suoi scritti, molte persone che sono poi diventate missionari/e oppure hanno sostenuto con la preghiera e l’aiuto economico le missioni».

Nato nel 1929 a Tronzano Vercellese, è entrato nel Pime nel 1945 e ordinato sacerdote nel 1953. Avrebbe dovuto partire per l’India, invece i superiori l’hanno tenuto nella stampa, all’inizio in modo provvisorio, poi ha finito per restare in Italia. È stato fra i fondatori dell’Editrice Missionaria Italiana (EMI) nel 1955, del Centro missionario Pime a Milano nel 1961, di “Mani Tese” nel 1964, di “Asia News” nel 1986, dell’Ufficio Storico del Pime nel 1994. Direttore di “Le Missioni Cattoliche” (1959-1994), che dal 1968 ha preso il nome di “Mondo e Missione”, si è affermato come una delle voci più importanti del mondo missionario, per lunghi decenni.

Padre Gheddo ha scritto quasi 100 volumi, con una trentina di traduzioni all’estero e ha collaborato con vari giornali, radio e televisioni. Ha presentato il Vangelo della domenica alla televisione di Rai Uno tutti i sabati sera (1993-1995) e a Radiodue ogni mattino alle 7,18 per diversi periodi. Ha ricevuto diversi premi, i due principali sono il “Premio Campione d’Italia” nel 1972 (riconoscimento annuale dei giornalisti italiani), assegnatogli da Indro Montanelli che divenne poi suo amico) e il Premio UCSI della stampa cattolica nel 1980 e 2011.

 

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 Questa, raccolta da Gerolamo Fazzini nell’inverno 2015, presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Mi), dov’era residente fino a pochi giorni fa, è probabilmente l’ultima ampia intervista concessa da padre Gheddo. Già direttore di Mondo e Missione e attuale consulente per la comunicazione del Pime, Fazzini ha collaborato con padre Gheddo anche alla redazione del volume “Meno male che Cristo c’è” (Lindau 2011).

L’intervista qui riportata è contenuta (nella sua versione integrale) nel volume “Inviato speciale ai confini della fede”, l’autobiografia scritta da padre Gheddo, con l’aiuto di Gerolamo Fazzini, edita da Emi nel 2016.

 

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Padre Gheddo, da alcuni anni tu, il «globetrotter della missione», sei costretto per ragioni di salute a non poter più viaggiare. Come ti senti?

L’ultimo viaggio extraeuropeo l’ho compiuto in Bangladesh nel 2009. Poi, stop con i viaggi. L’anno prima a Maroua, nel Nord del Camerun, mentre partecipavo ad una festa dei musulmani, circa 300 mila persone in una grande radura e 40 gradi all’ombra, ho accusato problemi alle vene varicose delle gambe. Operato due volte, sono andato in Bangladesh. Poi... stop. Peccato, perché avevo ricevuto un invito dal vescovo Hindner cappuccino svizzero, a visitare gli Emirati Arabi Uniti. Anche in Algeria, dove il Pime è presente da 10 anni, sarei andato molto volentieri. Ma la volontà di Dio (sorride) è un’altra.

Cosa dici al Signore in questa fase della tua vita?

Da mesi sto vivendo la prova della sofferenza: prendo 22-23 pastiglie al giorno. Ho lavorato - fino all’ottobre 2014, quando sono caduto sulle scale - ad un ritmo troppo elevato per un uomo della mia età; ho sbagliato a non sottopormi ad esami clinici, non avevo mai tempo, con tutte le richieste che mi arrivavano e ancora arrivano. Accetto da Dio quello che mi manda, compresa questa prova. Perché la sofferenza portata con fede, in unione con la passione di Gesù, porta sempre frutti, come la sua Passione. Quindi sono contento, perché provo proprio cosa vuol dire la sofferenza in compagnia di Gesù, portando la mia piccola croce.

Oggi è difficile spiegare il valore della sofferenza...

Non chiedo la grazia di guarire. Spero che il Signore mi guarisca, ma dico: «Sia fatta la tua volontà, se pensi che io stando in carrozzina possa dare il mio contributo, quel che scegli tu per me è sempre il meglio». D’altra parte, la via è quella. Gesù ha salvato il mondo con la croce e poi con la resurrezione. È una riflessione che facilmente dimentichiamo quando siamo in piena attività.

È la fede che ti ha aiutato nelle mille circostanze, spesso difficili, della tua vita?

Una volta, molti anni fa, quand’ero direttore di Mondo e Missione, un amico giornalista mi chiese: «Qual è il segreto della tua vita? Perché tu affronti guerre, dittature, pericoli di ogni genere, vai tra i lebbrosi e nelle baraccopoli più disastrate e pericolose, e sei sempre sorridente…». Ho risposto: «Il mio segreto è la preghiera». L’amico non ci credeva, eppure è proprio così.

Cos’è per te la preghiera?

Pregare vuol dire meditare l’amore di Dio e la morte di Gesù Cristo in Croce, per meritare il perdono dei miei peccati! Pregare è amare Gesù e mettersi nel cammino dell’imitazione di Cristo. Gesù è tutto il mio amore, tutta la mia gioia, l’Unico a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei affetti e pensieri. A Lui ho consacrato la mia vita. Per me pregare è chiedere al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e l’entusiasmo della prima Messa il 29 giugno 1953 a Tronzano vercellese; di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che io, povero peccatore, chiamo sull’altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all’umanità affamata. Mi chiedo se l’annunzio che faccio di Cristo con la vita, gli scritti e la parola, è ancora un messaggio di gioia, di quella gioia che gli angeli comunicavano ai pastori nella «notte santa»: «Oggi nella città di Davide è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore» (Luca, 2, 10-11).

L’episodio del Vangelo che ti è più caro o un brano biblico che ha segnato la tua vita?

Quando Gesù chiama Pietro e suo fratello, mi commuove sempre: «Vi farò pescatori di uomini». E loro sono andati con Lui. Anche al bambino Pierino Gheddo ha detto: «Ti farò pescatore di uomini». Io sono andato con Lui e dopo 80 e più anni sono contentissimo di averlo seguito.

Il santo preferito?

San Giuseppe. Quando, giovane seminarista, ero al Pime di Genova nella «casa di San Giuseppe», il rettore di allora propose varie meditazioni su San Giuseppe e a me è «entrato dentro»: ho incominciato a pregarlo e mi risponde sempre o quasi.

Paradossale: Giuseppe è uno che sta nell’ombra, che nel Vangelo non parla mai. Tu sei uno che per tutta la vita ha fatto il giornalista, sotto i riflettori…

Sì, ma la sua umiltà mi tocca il cuore.

Ricordi un momento particolare della tua vita in cui hai sperimentato la misericordia di Dio su di te?

Ho sperimentato da vicino l’orrore della guerra in varie occasioni, specialmente in Vietnam e in Angola. Ma c’è un altro caso in cui ho potuto ringraziare il Signore che mi ha letteralmente «preso per i capelli». Non l’ho mai detto ma è andata così. Quando sono andato la prima volta in Brasile nel 1966, arrivo a Fortaleza nel pomeriggio, in attesa dell’aereo del giorno dopo per Belem. In albergo, vedendomi uscire prima di cena per fare un giro in città, il portiere mi dice: «Vuole trascorrere una buona notte?». Nella mia ingenuità e nel mio portoghese imparaticcio, non colgo l’allusione e rispondo di sì. Quando rientro in camera, mi trovo una donna seminuda ad aspettarmi. Sorpreso, le dico che ha sbagliato stanza, ma lei insiste per fermarsi. Alla fine, dietro una piccola mancia, se n’è andata. Ma se Gesù non fosse intervenuto…

L’offesa che hai faticato di più a perdonare?

Negli anni ruggenti ho ricevuto molte offese e umiliazioni, che mi facevano male al momento, ma poi scivolavano via senza lasciare rancori. Non parliamo nemmeno di perdonare, non sono capace di arrabbiarmi, è il carattere ereditato dai miei genitori. Quando mi insultavano e umiliavano, suor Franca poi mi diceva: «Perché lei non si arrabbia?». «Ma non vede che si arrabbiano loro? Io vivo sereno lo stesso». Allora si arrabbiava lei per me e rispondeva per le rime, ne uscivano duetti che mi tenevano allegro.

Un tuo «cavallo di battaglia» è la convinzione che il Vangelo contribuisce allo sviluppo dei popoli. Mi spieghi, in sintesi, perchè?

Se Gesù si è fatto uomo, è morto in Croce ed è risorto per salvare gli uomini, li salva solo per la vita eterna o anche per migliorare le condizioni di vita dell’uomo e dei popoli? In Africa mi dicevano che i villaggi cattolici si sviluppano più dei villaggi animisti o musulmani; e non per gli aiuti perché si aiutavano tutti, ma perché Gesù cambia il cuore dell’uomo: da egoista lo rende altruista, da chiuso in se stesso lo apre agli altri, da insensibile a sensibile al bene pubblico, ecc. Nel 1983 ho pubblicato I popoli della fame per dimostrare la verità storica di questa intuizione. Un successo insperato (il libro è stato tradotto anche in Brasile, con la Prefazione di Helder Camara). Il Vangelo promuove lo sviluppo dell’uomo, come diceva  Paolo VI nella Populorum Progressio (nn 14-21, 40-42); nella Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II (n. 59) si legge: «Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal  modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione».

C’è una lezione che i poveri danno a noi popoli «sviluppati»?

Sono stato diverse volte in India, forse il Paese del «Terzo mondo» che più mi ha colpito e fatto pensare. Pensavo di scrivere un libro Elogio di un popolo povero. Elogio non della povertà in se stessa, che quando diventa miseria è disumana, ma elogio delle virtù dei poveri, come ho avuto modo di osservare in situazioni concrete. cioè la solidarietà, l’ospitalità, la serenità, anche la gioia di vivere, pur in condizioni di vita che a noi sembrano impossibili. Noi viviamo nell’abbondanza e nel superfluo, eppure non siamo mai contenti. Nei Paesi poveri spesso manca il necessario, ma c’è più ottimismo, più speranza nel futuro. Sì, i poveri hanno da insegnarci, eccome. Non so se le masse indiane di Calcutta o di Bombay (oggi Mumbai) sono più alienate delle folle di New York o di Londra. I due modelli di vita e di sviluppo dovrebbero integrarsi, imparare l’uno dall’altro: da un lato a produrre di più e a vivere con maggiori comodità, dall’altro a tornare  una vita più austera e più attenta ai valori morali e culturali che non ai beni di consumo superflui.

Papa Francesco chiede una «Chiesa povera per i poveri», ma siamo ancora lontani da quel traguardo. Negli anni Sessanta alcuni vescovi scrissero il «Patto delle catacombe», chiedendo una svolta radicale, ma restò lettera morta. Quali passi ti auguri possa compiere la Chiesa per andare incontro ai poveri in modo più credibile ed evangelico?

Le riforme strutturali della Chiesa ci vogliono, ma non bastano. Noi battezzati - preti, suore, laici, vescovi, cardinali… - dobbiamo convertirci all’esempio di Gesù Cristo. Papa Francesco ha già fatto molte riforme strutturali, ma anche lui si rende conto di quanto è difficile mettere assieme le opere del Vangelo e di carità con l’uso del denaro. Ricordo un detto di Santa Teresa “la Grande”: «Io senza Gesù non posso far niente. Con Gesù posso fare tutto. Con un po’ di soldi farò ancora di più».

Che intendi dire?

Nel mondo cattolico attuale ci sono molti buoni esempi di persone e istituzioni che hanno realizzato «una Chiesa povera per i poveri». Ma la massa dei battezzati stanno entrando a poco a poco in questa prospettivaCiascuno di noi deve interrogare se stesso: sono attaccato al denaro? Aiuto volentieri i poveri? Cosa c’è di superfluo nella mia vita?, ecc.

Tu hai scritto la storia del Pime, sei la persona che conosce meglio l’Istituto. Mi stupisce il tuo attaccamento al Pime, anche se ne conosci le magagne (passate e presenti). Come mai?

Voglio bene al Pime da sempre, ma i miei 16 anni a Roma per l’Ufficio storico, nonostante la mia resistenza all’inizio, mi hanno caricato di entusiasmo! Ricordo quando ho scritto il volumone (1.250 pagine!) sulla storia del Pime, uscito nel 2000: avevo lo studio vicino alla stanza da letto, mi alzavo di notte per scrivere…

Perché ami il Pime?

Perché totalmente orientato alla «missione ad gentes», ed è il motivo per cui nel 1945 dal seminario diocesano di Vercelli venni al Pime. Avrei potuto scegliere una congregazione religiosa: i voti sono una grande cosa perché creano un attaccamento all’ordine e alla comunità. Però il Pime è un istituto «libero»: padre Augusto Gianola, missionario fuori dalle righe, diceva: «Sono venuto al Pime e sono contento, nessun altro istituto mi avrebbe lasciato fare questa esperienza». Studiando la storia del Pime, il lettore non immagina - lo dico con sincerità - quante personalità dell'istituto si rivelano straordinarie! Come scriveva padre Manna: «(Noi del Pime) siamo figli di santi».

Il Pime dei tuoi anni è molto diverso dall’oggi…

Il Pime è cambiato molto: dal 1989 è diventato internazionale, accogliendo vocazioni anche dai Paesi cosiddetti «di missione». Ma la figura del prete diocesano, totalmente dedito alla missione «alle genti», che parte e si mette totalmente a servizio della Chiesa locale è assolutamente moderna e attuale.

Che effetto ti fa oggi andare al seminario teologico internazionale di Monza e vedere birmani, indiani, africani, brasiliani, bengalesi, messicani?

Sono contento, molto contento: sono sempre stato favorevole all'internazionalità, sempre fin dal primo Capitolo del 1965. Oggi tutto diventa «globale».

Hai un consiglio per i tuoi confratelli anziani?

Negli anni in cui studiavo a Roma servivo spesso la Santa Messa a padre Tragella, che iniziando la celebrazione diceva: «Ad Deum qui laetificat iuventutem meam». Allora aveva circa 70 anni, ma era invecchiato nell’aspetto. Una volta gli dico: «All’inizio della Messa lei dovrebbe dire: “Ad Deum qui laetificat senectutem meam» (la mia vecchiaia). «Tu non capisci niente!», risponde (era una delle sue frasi abituali): «La giovinezza che Dio dà non è quella del corpo, ma dell’anima. Il corpo invecchia, ma la gioia di essere prete ce l’hai a trent’anni e ancora di più a settanta!». Ecco, questo è anche l’augurio che faccio a me stesso, oggi che ho 87 anni, e a tutti i miei confratelli anziani.

Tu sei considerato come uno fermo sulle posizioni della dottrina cristiana, eppure persone laiche non credenti si rivolgono a te per un confronto. Perché?

Credo che l’identità non tema il confronto. Sono stato in rapporto anche con Eugenio Scalfari negli anni Novanta. Un lettore di Repubblica aveva scritto, suggerendo di dare le moglie ai preti, vista la crisi delle vocazioni. Scalfari, allora direttore di Repubblica, mi girò la lettera dicendo: «Risponda lei...». Raccolgo l’invito e la mia risposta venne pubblicata.

Padre Gheddo, in oltre 60 anni di giornalismo militante ne hai viste di tutti i colori, eppure manifesti sempre entusiasmo e ottimismo sul futuro. Perché?

Sì, è vero: a dispetto di molti drammi nel mondo, divento sempre più ottimista per il futuro e non credo di essere un ingenuo. Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della «Buona Novella» e soffro per l’indifferenza di troppi cristiani di fronte al problema primario: portare l’annunzio di salvezza a tutti gli uomini. Ma vedo anche con chiarezza che Gesù Cristo col suo Vangelo è  sempre più l’unica via di salvezza per tutti.

Oggi è difficile essere ottimisti sul futuro, attanagliati come siamo da una crisi economica che sembra non finire, diseguaglianze globali e ingiustizie sociali che permangono, cui si aggiunge un nuovo, inquietante fenomeno, come il terrorismo islamico…

Non nego affatto gli enormi problemi che ci turbano, ma proviamo a leggerli «con gli occhi di Dio». Una delle letture più affascinanti dei miei anni giovanili sono stati alcuni testi di padre Pietro Teilhard de Chardin (1881-1955), che vedeva l’umanità camminare in modo misterioso ma reale verso Cristo, unico Salvatore dell’uomo. De Chardin scriveva che l’uomo è la chiave dell’evoluzione globale dell’universo, il cui fine ultimo è Cristo e Dio. Poi ho letto altri autori che mi sono cari, soprattutto Daniélou e Guardini, che sono sulla stessa lunghezza d’onda. Noi non comprendiamo nulla della storia umana: vediamo tanti fatti, siamo sempre informati su tutto, ma non sappiamo giudicarli con il metro dell’eternità, cioè con il metro di Dio. L’ho spiegato in un Capitolo precedente a proposito della rinascita della Chiesa in Cina dopo Mao, che pensava di averla distrutta. Non è stato così! La fede autentica ci dice che la storia dell’umanità, come la nostra piccola storia personale e quella millenaria della Chiesa, sono nelle mani di Dio. Ecco perché sono ottimista: perché mi fido di Dio, ho fiducia nella Provvidenza.

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