Giugno è il mese delle ordinazioni sacerdotali. Cinque dei nuovi preti del Pime sono ordinati sabato 9 giugno in Duomo dal'arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, insieme ai nuovi preti dell’arcidiocesi ambrosiana. Quattro di essi sono indiani: Bala Raju Mareboiana, Paul Sunil Babu Jangam, Subba Rao Giddi e Prasanth Kumar Gunja. Con loro Patience Kalkama Keuf Keuf, dal Camerun. Sabato 16 giugno a Roncadelle (Bs) è stato ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada padre Luca Vinati.

Gli altri due nuovi sacerdoti del Pime, infine, saranno ordinati durante l’estate nelle loro diocesi d’origine. Si tratta di: Luis Alberto Pérez de la Cruz (Messico) che verrà ordinato sacerdote a Tabasco domenica 29 luglio e Mateus Jensen Didonet (Brasile) che verrà ordinato sacerdote a Brasilia sabato 4 agosto.

Anche quest’anno, quindi, con l’eccezione di padre Vinati, i nuovi missionari del Pime provengono da Paesi extraeuropei, dove il Pime ha lavorato e lavora. Un trend che, in atto ormai da tempo, sta letteralmente cambiando la fisionomia dell’Istituto, tanto che ormai tutte le comunità Pime nel mondo sono interculturali.

Ma chi sono e che storia hanno questi nuovi sacerdoti? A illustrare caratteristiche e personalità dei sette missionari novelli sono alcuni loro compagni del seminario teologico internazionale di Monza, che hanno trascorso alcuni anni insieme con loro.

Cominciamo da Subba Rao Giddi (uno dei quattro nuovi sacerdoti indiani), che prima di entrare in seminario era un insegnante. «Posso descriverlo in poche parole– racconta Eder De Souza Gomes Cordeiro -. La pazienza, l’aiutare gli altri, il sorriso e la preghiera sono alcune delle tante sue qualità. Non ha mai avuto l’orgoglio di chi ne sa più degli altri; al contrario: ascolta tutti. La sua amicizia mi ha aiutato a uscire dagli schemi della mia cultura per conoscere quella indiana. Proprio grazie a Subba Rao me ne sono innamorato; è un primo passo verso l’ad gentes che caratterizza il Pime».

Ranjith Kumar Pentareddy ci racconta, invece, di Bala Raju Mareboiana, anch’egli proveniente dall’India. «Conosco Bala da otto anni, ci siamo incontrati all’università in India. In questo periodo ho visto come il “profumo” del Vangelo lo ha attirato fino a conquistarlo. Da giovane Bala era bravo a scuola e gli piaceva stare con la gente, ma non frequentava la Chiesa locale, anche perché il prete veniva a celebrare una volta al mese. Fu suo cugino a chiedergli se volesse diventare sacerdote e continuò a farlo per gli anni a seguire, ma Bala rifiutava sempre. Poi, però, a diciassette anni, chiese di entrare in seminario».

Altri due amici di lunga data sono Pavan Kumar Marneni e il novello sacerdote Paul Sunil Jangam, entrambi indiani. «Ho conosciuto Paul nel 2005 – racconta Pavan Kumar -. In lui ho trovato un amico con cui posso condividere tutto. E non sono l’unico. Tutti vedono in lui tre cose: amicizia, allegria e attenzione per gli altri. Per queste sue qualità noi lo chiamiamo sempre “kothi”, che significa scimmia. Nella mia lingua questa parola indica le persone che sono sempre allegre e che non stanno mai ferme. È la sua natura, e io ci vedo i doni di Dio». Anche Joseph Polisetty Kiran ha conosciuto Prashanth Kumar Gunja a Hyderabad nel 2005: «Da allora l’ho visto sempre allegro, gioioso e perseverante nella sua scelta di diventare un missionario, lasciando la sua vita nelle mani di Dio. Quando penso a lui mi viene in mente la frase di Madre Teresa di Calcutta: “Io sono come una piccola matita nelle mani di Dio.” Prashanth, in questi anni, ha avuto tanta fiducia in Dio e nei formatori, e si è lasciato guidare nella sua crescita verso la missione. Accoglierla implica la disponibilità a rischiare la propria vita e a percorrere la via che Gesù ci insegna. Prashanth lo fa con grande fiducia e maturità».

«Io e Patience Keuf Keuf Kalkama ci siamo incontrati per la prima volta in Camerun, nel seminario di Yaoundé – racconta Jean-Jacques Folly, ivoriano -. Lui stava partendo per l’Italia e io ero appena arrivato. Durante il mio soggiorno nel seminario ho sentito tanto parlare di Patience: raccontavano molte cose sulla serietà e la serenità con cui affrontava tutte le situazioni. Nel 2015, quando lo rividi a Monza, rispecchiava proprio quel che si diceva. È un uomo dal grande cuore, che è sempre presente, che non fa distinzione tra le persone. In questi anni trascorsi insieme ha dimostrato che per essere missionari bisogna essere fratelli, condividere le gioie e le fatiche degli altri per poter poi testimoniare loro la vicinanza del Risorto. Le tante volte che abbiamo provato a indovinare dove saremmo andati in missione mi diceva: “Jean-Jacques, qualunque sia il posto dove mi verrà chiesto di andare, andrò volentieri; perché so che lì c’è il Signore che mi aspetta”».

Mauro Pazzi, seminarista italiano, descrive Luis Perez De La Cruz, l’unico messicano tra i nuovi sacerdoti Pime. «Forse il messaggio più bello che colgo da Luis è questo: accostarsi a qualcuno col silenzio, senza chiedere, solamente camminando insieme. Gesù ha fatto così. Luis ci considera tutti amici e credo lo faccia perché vive l’amicizia con Dio; così ci testimonia che non esiste opposizione tra amore di Dio e amore del prossimo, ma sono la stessa cosa. Non si tratta in questo mondo di fare grandi o piccole cose per i nostri fratelli, ma di farle con amore; Luis ha fatto le cose di tutti i giorni con amore».

Dall’America Latina viene anche Mateus Jensen Didonet, brasiliano. «Sin dalla sua giovinezza è apparsa chiara una caratteristica: Mateus è uomo delle relazioni – spiega il suo compagno di studi Alessandro Maraschi -. È un viaggiatore ed esploratore, soprattutto delle profondità del suo animo. È un uomo a cui davvero interessano le persone e Dio. Andrebbe in capo al mondo, per conoscere la bellezza che nasce  dagli uomini. Andrà in capo al mondo per testimoniare la bellezza che lo ha incontrato, la Buona Notizia».

 

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