Padre Alberto Berra, missionario del Pime in Giappone, ha ricevuto di recente un attestato di ringraziamento (Kanshajo) dal carcere di Hiroshima. Abbiamo intervistato padre Alberto.

Quanto e come è iniziato il tuo impegno nel carcere di Hiroshima)?

È cominciato circa tre anni fa quando durante un incontro dei sacerdoti che lavorano nella diocesi di Hiroshima e più specificamente nel decanato di Hiroshima, è stato chiesto che qualcuno continuasse questo impegno. Io ho dato la mia disponibilità come cappellano per il carcere di Hiroshima dato che svolgo il mio ministero in quella città.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Con altri due sacerdoti mi alterno nella visita ai carcerati di questo carcere dove anche p. Arnaldo Negri (mio confratello del Pime) assiste i carcerati brasiliani. Per alcuni è un’occasione per conoscere il cristianesimo: partendo da alcuni brani evangelici, ho l’opportunità di presentare il volto misericordioso di Dio. È sempre una commozione quando mi capita di insegnare e leggere insieme le preghiere del Padre Nostro e dell’Ave Maria e vedere nei loro occhi una luce di speranza che si accende. Oltre al cappellano cattolico, ci sono anche il cappellano protestante, quello buddista e quello shintoista.

Che significato ha il “kanshajo” che hai ricevuto?

Si tratta di un diploma (o attestato di ringraziamento), ossia un’onorificenza che riconosce il contributo al bene della società attraverso l’attività di sostegno e di recupero dei carcerati. Insieme a me hanno ricevuto l’attestato di ringraziamento anche alcuni bonzi (buddisti) e kannushi (shintoisti). Dopo la cerimonia, nel momento di condivisione bevendo il caffe’ con i componenti della direzione del carcere è emerso il riconoscimento della religione come elemento importante nel creare rapporti umani e sociali e nella correzione e reinserimento delle persone.

Perché i carcerati sentono di aver bisogno di un cappellano?

Sono diversi i motivi che spingono i carcerati ad avvicinarsi ai “cappellani” e sono loro stessi a scegliere di avere il colloquio con il cappellano della religione desiderata. I carcerati che incontro sono sia giapponesi che di altre nazionalità, sia cristiani che di altre religioni (buddismo, shintoismo e islam). Mi colpisce il fatto che qualcuno riesce a leggere il periodo del carcere alla luce di Dio, ossia come un tempo di grazia per rileggere la propria vita passata riconoscendo il male fatto, ma soprattutto come la possibilità di un cammino di conversione che pur nelle condizioni de ristrettezza del carcere produce semi di pace e di gioia; tra cui la gioia di rincontrarci la volta seguente.

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