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Nella spiritualità di fratel Felice si affianca alla sua proverbiale devozione alla “cara Madonna” anche quella, tutta speciale, al Sacro Cuore di Gesù[1], che, alla stessa stregua della sua Mamma Celeste, lo aiuta ad affrontare ogni genere di fatica e di prova, come si legge in una bella preghiera da lui stesso tradotta e recitata quotidianamente negli ultimi anni della sua lunga esistenza e come attestano alcune pagine della sua autobiografia e una sua lettera.

È il Sacro Cuore, infatti, che assiste e protegge più di una volta fratel Felice nei momenti più drammatici della sua vita missionaria.

Durante i bombardamenti del 1942, prima di lasciare Toungoo per trasferirsi al sicuro in un villaggio cattolico a circa tredici miglia dalla città, fratel Felice decide di mettere in salvo ad ogni costo la tela del Sacro Cuore, un’opera d’arte arrivata dall’Italia 50 anni prima che troneggiava sulla pala dell’altare maggiore della cattedrale. Ascoltiamo dalla viva voce di fratel Felice quel salvataggio “ispirato”: “Mi recai, dunque, alla chiesa, presi una scala di ferro a pioli, che io stesso avevo nascosto là nell'erba prima di lasciare Toungoo, e l'appoggiai sulla parete a fianco del quadro. L’artistica cornice di legno, grande e pesante, non era cosa agevole, né del resto necessaria, asportarla. Solo tagliai, con una vecchia lama di rasoio, la tela aderente alla cornice, la stesi sul pavimento, l'arrotolai e in tutta fretta la portai al villaggio. Ancora adesso non so spiegarmi come la scala, ch'era di ferro e poggiava sul pavimento di cemento, non sia scivolata e caduta. Certo che il pericolo lo avvertii, ma non c'era tempo da perdere, ché i bombardieri potevano essere addosso da un momento all'altro. Mi raccomandai al mio angelo custode e con il suo aiuto potei mettere in salvo questo bel quadro, che dopo la guerra fu rimesso nella sua splendida cornice reindorata ed è tuttora il più prezioso ornamento della cattedrale di Toungoo”[2]. La tela, grazie all’intervento provvidenziale di fratel Felice, troneggia ancora sulla pala dell’altare maggiore della cattedrale[3].

E ancora. Sempre durante la guerra, poco prima della liberazione del 1945, fratel Felice è protagonista di un’altra avventura con i giapponesi. Siamo a Donoku. Una banda di fuggiaschi giapponesi arrivano nel villaggio e lo requisiscono intimando ai missionari, alle suore e a tutti gli abitanti di sloggiare. Le suore si accorgono di aver lasciato nella loro casa al villaggio le coperte con cui coprirsi nelle fredde notti in foresta: fratel Felice va a ricuperarle mettendo a repentaglio la propria vita. Qualche giorno dopo si reca ancora a Donoku per prendere gli arredi: i militari giapponesi lo arrestano. Fratel Felice ricorda: “Con i miei due guardiani ai fianchi attraversai le strade del villaggio. Giunti alla chiesa, guardai di fronte a me la vicina foresta con i suoi alberi giganteschi, e pensai che mi avrebbero legato a uno di quei tronchi e con una baionetta o due mi avrebbero finito, come solevano fare con persone sospette. Mi sentivo già nelle carni il freddo della lama della baionetta. A qualche passo dalla chiesa, una suora aprì un tantino la finestra e mi disse di non temere, ché loro stavano supplicando il Sacro Cuore per me. Risposi che non volevo che pregassero, altrimenti sarei stato risparmiato davvero. Strano, io mi sentivo non solo calmo ma quasi felice di dover forse incontrare a momenti la morte. Uno dei miei guardiani diede un colpo con il calcio del fucile alla finestra e la rinchiuse. Un aeroplano passò allora sul villaggio e, nonostante volasse a bassa quota, non si poté discernere alcun segno per identificarlo, data la semioscurità del crepuscolo. I miei custodi ebbero paura, mi spinsero sotto il portichetto davanti alla chiesa e, uno davanti uno di dietro, mi spianarono il fucile contro, che quasi mi sfioravano con le baionette inastate, e intanto scrutavano ogni mia mossa. Forse, se avessi dato qualche segno di paura, sarebbe stata per loro una prova della mia colpevolezza, cioè che fossi un inglese. Io ero impaziente che facessero presto a mandarmi in Paradiso, ed ero già pronto a dir loro, nella loro lingua: «Arigató! (grazie!)»”[4]. E ancora una volta la “cara Madonna” lo protegge, lo salva assieme al Sacro Cuore. Un ufficiale giapponese gli chiede come mai si trova in quel villaggio, fratel Felice risponde con calma, racconta, spiega, la tensione crolla e finisce che il fratello offre un buon caffè caldo ai giapponesi, che va a preparare in missione. “Andai dalle suore, ne allestii una marmitta e l'addolcii con abbondante zucchero, di cui sapevo che i giapponesi son ghiotti. Portai a casa il caffè, e ne bevvero prima l'ufficiale che l'aveva chiesto poi altri due sopravvenuti. In un batter d'occhio cinque litri di caffè furono tracannati fino all'ultima goccia”[5].

La devozione al Sacro Cuore si intensifica negli ultimi anni di vita di fratel Felice. Alla fine del 1987, come risulta da una lettera datata Taunggyi, 2.12.87[6], riceve da una suora proveniente dall’America (Monastero del Sacro Cuore, Holes Corners, Wisconsin 53130) una ventina di immaginette del Sacro Cuore, una decina in inglese e una dozzina in birmano (“…Pochi giorni fa scrissi e mandai due lettere registrate che contengono una di auguri per il Santo Natale e una circa ventina di immaginette del Sacro cuore che ricevetti da una Reverenda Suora proveniente dall’America, una decina con la scrittura in inglese e una dozzina con la traduzione in Birmano”). Come al solito, fratel Felice non tiene niente per sé ma spedisce i santini ai nipoti allegando una sua traduzione italiana della preghiera stampata sull’immaginetta:

“Copia dello scritto stampato sulle immaginette del Sacro Cuore

Gesù, aiutami

In tutti i miei bisogni vengo da te con umile fiducia dicendo: Gesù, aiutami

In tutti i miei dubbi, perplessità e tentazioni: Gesù, aiutami

In ore di solidarietà e stanchezza e prove: Gesù, aiutami

In fallimento di miei progetti e speranze, in delusioni disturbi e dolori: Gesù, aiutami

Quando gli altri mi abbandoneranno e solo la tua grazia può assistermi: Gesù, aiutami

Quando mi getto nel tuo tenero amore come un Padre e Salvatore: Gesù, aiutami

Quando il mio cuore è abbattuto da fallimento in vedere che niente di buono viene dallo mio sforzo: Gesù, aiutami

Quando mi sento impaziente e la mia croce mi irrita: Gesù, aiutami

Quando sono ammalato e la mia testa e le mani non possono lavorare e rimango da solo: Gesù, aiutami

Sempre, sempre, nonostante le mie debolezze, fallimenti e difetti di ogni sorte e genere: Gesù, aiutami e mai abbandonarmi.

(Spero d’essere riuscito alla traduzione più corretta sia dall’Inglese che dalla Birmana. Il buon Dio e la cara Madonna portino a Loro tanti buoni pensieri)”.

Questa preghiera viene tuttora recitata il mercoledì e il sabato mattina durante il Rosario missionario di fratel Felice, curato dal compianto padre Giampiero Beretta.

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 87, n. 1, gennaio/marzo 2018, pp. 4-6.

 


[1] La devozione al Sacro Cuore è tipica dei primi anni del Novecento e successiva alla lettera enciclica Annum Sacrum (1899) con cui papa Leone XIII aveva consacrato l’umanità al Sacro Cuore. Questa devozione ebbe una rapida diffusione negli anni successivi come testimonia, ad esempio, la scelta operata da padre Agostino Gemelli di dedicare al Sacro Cuore l’Università Cattolica inaugurata a Milano nel 1921.

[2] F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, pp. 92-93.

[3] Ringrazio don Pio Ohn Ri per avermi gentilmente spedito una fotografia attuale della tela del Sacro Cuore che si venera nella cattedrale di Toungoo.

[4] F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, pp. 104-105.

[5] Ivi, p. 105.

[6] Archivio Felice Spotti - Primaluna.

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