Tesi

Potestà di governo nelle Società di Vita Apostolica secondo il Can. 596 

con riferimento al Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME)

 

Tesi di Licenza di Pelamifihi Serge Arnaud TOURE

   Pontificia Università Gregoriana - Facoltà di Diritto Canonico

  

Il presente lavoro nasce dall’interesse in noi suscitato dalla natura delle società di vita apostolica nonché dall’eventuale potestà in esse esercitata. Da tale interesse, siamo giunti alla formulazione di ciò che per noi costituisce una reale problematica: quale è la potestà che la Chiesa, sulla base del can. 596 CIC 83, conferisce alle società di vita apostolica e come tale potestà è attuata nel PIME?

Secondo il can. 596 infatti:

§1. I Superiori e i capitoli degli istituti hanno sui membri quella potestà che è definita dal diritto universale e dalle costituzioni.

§2. Negli istituti religiosi clericali di diritto pontificio essi hanno inoltre la potestà ecclesiastica di governo, tanto per il foro esterno quanto per quello interno.

§3. Alla potestà di cui al §1 si applicano le disposizioni dei cann. 131, 133 e 137-144.

Per rispondere adeguatamente alla problematica posta, abbiamo adottato un metodo storico esegetico prendendo come materiale base, i testi dell’attuale codice di diritto canonico con riferimento al codice del 1917 e alle sue fonti, nonché alcuni documenti della Santa Sede. A queste fonti del diritto universale, si aggiunge il diritto proprio del PIME. Attraverso questi documenti, abbiamo ripercorso la storia delle società di vita apostolica e riflettuto sulla loro natura; poi fatto l’esegesi del can. 596 e infine investigato il diritto proprio del PIME. Tre tappe che costituiscono le tre parti del nostro lavoro.

Dal primo capitolo dedicato alle società di vita apostolica nella Chiesa, è emerso il fatto che l’istituto chiamato prima società di vita comune senza voti nel codice del 1917 poi società di vita apostolica nel codice attuale, affonda le sue radici agli albori della Chiesa. Ha conosciuto un ulteriore sviluppo nell’epoca moderna e soprattutto con gli istituti missionari. Fin dall’inizio, sebbene la loro configurazione giuridica non fosse ben definita, questi istituti avevano chiara comunque l’idea di non essere religiosi, cioè non professare i voti religiosi. Erano chiari per loro anche lo stile di vita in comune e il perseguimento di un determinato tipo di apostolato. La prima codificazione della Chiesa li ha collocati vicino agli istituti religiosi facendone degli istituti che imitano i religiosi. Dall’analisi poi di alcuni documenti del concilio Vaticano II e soprattutto alla luce dell’attuale codice, emerge il fatto che le società di vita apostolica sono degli istituti a sé stante dentro la Chiesa e non fanno parte della vita consacrata.

          Il secondo capitolo, punto centrale del lavoro nostro, è dedicato all’esegesi del can. 596 dell’attuale codice. Da questo studio, emerge il fatto che fin dal codice del 1917, il legislatore ha riconosciuto, anche se non direttamente, una certa potestà alle società di vita comune senza voti. Nel can. 501 §1 CIC 17 infatti, si riconosce esplicitamente da una parte una potestà comune chiamata dominativa a tutti i superiori e a tutti i capitoli, e dall’altra la giurisdizione ecclesiastica a quelle clericali esenti. Questa norma valida di per sé per gli istituti religiosi, si estendeva poi congrua congruis referendo alle società di vita comune senza voti. In seguito, vari documenti sia del concilio che del magistero hanno modificato sensibilmente la potestà dei superiori e capitoli delle società.

Il can. 596 dell’attuale codice, non si applica direttamente alle società di vita apostolica ma per legale rimando del can. 732. A differenza del codice piano benedettino, il can. 596 benché riconosca una potestà comune a tutti i superiori e capitoli, non ne precisa la natura. Conferisce inoltre la potestà ecclesiastica di governo, non più alle società clericali esenti ma unicamente agli istituti clericali di diritto pontificio di cui i superiori maggiori di conseguenza sono ordinari.

          L’ultimo capitolo infine ci ha portato a un’indagine nel diritto proprio del PIME. Questo studio ci ha dato la possibilità di analizzare le sue strutture collegiali e personali di governo.

A conclusione di tutto questo lavoro, emerge il fatto che, alla luce del can. 596 si esercitano due tipi di potestà nelle società di vita apostolica: quella propria, ex dominativa, conferita dal diritto universale e dal diritto proprio del PIME, la cui natura purtroppo rimane imprecisata in entrambi le legislazioni, e quella di giurisdizione esercitata soltanto dal superiore generale e dal superiore regionale in quanto superiori maggiori e pertanto ordinari.

In forza della prima potestà, tutte le strutture di governo quali definite dal diritto proprio del PIME, godono di quella giusta autonomia e quella necessaria capacità per guidare l’istituto nelle sue singole parti, secondo la sua natura propria e i suoi fini. In forza invece della potestà di giurisdizione, il superiore generale ed i superiore regionale con i loro vicari[1]esercitano tutta la potestà che il codice attribuisce all’ordinario delle società di vita apostolica. Per l’esercizio di questa ultima potestà, se il diritto proprio del PIME determina l’ordinario che deve agire in certi casi, rimane però ancora impreciso su molti altri casi che andrebbero perciò urgentemente chiariti.

 


[1] Quando fanno le veci del superiore.

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