Abbiamo chiesto a padre Giuseppe Fumagalli, fino a domenica scorsa parroco di Suzana, di raccontarci emozioni e pensieri in occasione della consegna della parrocchia al clero locale.

 

Domenica scorsa era la Festa della Santissima Trinità e di san Barnaba, ma lui, discreto come sempre, si è ritirato in secondo piano per far emergere in tutto il suo splendore il nuovo Nome di Dio, che non è un "motore immobile", ma una famiglia intrisa di relazioni così profonde che di tre ne fanno Uno: il Dio di Cristo, Padre e Figlio e Spirito Santo. Tre Persone che si vogliono così bene (un "bene da Dio", è il caso di dirlo) da fare un Dio solo, che si chiama anche Amore.

Mi è sempre stato simpatico Barnaba, "talent scout" formidabile e allenatore di prima classe: per la squadra di Gesù ha scoperto e lanciato un fuoriclasse del calibro di Saulo di Tarso, meglio conosciuto col "nome d'arte" di San Paolo: quello che Gesù ha "placcato" sulla strada per Damasco... Andate a leggere gli Atti degli Apostoli, dal capitolo 9 al 15. Bello, no? Movimentato, pieno di colpi di scena più che un film d'azione... e senza effetti speciali, tutto genuino!

Domenica, per la chiesa di Suzana, è stata una data storica... e anche per me. Suzana e il sottoscritto siamo stati una cosa sola da circa 50 anni, e lo siamo ancora, anche se in maniera diversa: su questo non ci piove e ne ringrazio il Signore. Sapete, in questa data è cominciato il futuro. Mi spiego. Lo stavo preparando da anni e mi ci stavo preparando pure io, perché sapevo che si trattava di una cosa importante, molto importante.

Fu nel 1972 che il p. Spartaco Marmugi, il mio "mister", volle lanciarmi in prima squadra addirittura con la fascia di "capitano". Allora la missione di Suzana non era ancora Parrocchia, in Guinea Bissau non c'era ancora nessuna diocesi, non c'era il Vescovo, ma un padre incaricato rappresentante del Papa, un po' così alla buona. Ma non fu così alla buona che dovetti far fronte alla situazione: dopo poco più di un anno il Padre Marmugi venne a mancar e io... dovetti incominciare a sbrigarmela da solo.

Il mio "mister" l'aveva previsto, sapeva di essere malato e ha giocato d'anticipo cercando di trasmettermi tutto quello che aveva accumulato in 26 anni di vita missionaria in Guinea: non solo i cosiddetti "fondamentali", ma anche la visione di gioco, il giocare a testa alta, avendo presente tutta la superficie del campo e quello che ci si muove.

Cominciai a preparare la "successione", per facilitare il compito a chi avrebbe ricevuto da me il testimone della "staffetta" missionaria. Il Signore mi ha aiutato con delle comunità e delle persone stupende; ho potuto imparare moltissimo, tradurre con loro tutto il Nuovo Testamento, fare un mucchio di canti molti dei quali proprio nel loro stile, continuare la traduzione dei testi liturgici cominciata con il p. Marmugi, tradurre e inventare testi catechistici in lingua loro, registrarli per chi non sapeva leggere (e per chi deve imparare la lingua felupe). Abbiamo anche lanciato una radio parrocchiale per raggiungere tutti, che funziona dal 1995 e ora è affidata ai nostri laici. Insieme abbiamo fatto crescere le nostre comunità, affrontando insieme le difficoltà, imparando insieme dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di Paolo come risolvere i problemi che ci si presentavano, nell'intento di renderli capaci di portare avanti la loro chiesa insieme con chi sarebbe venuto a succedermi.

La storia s'è fatta lunga. Trent'anni dopo quel 1972, nel 2002, la missione di Suzana è stata "promossa" a Parrocchia e io, ipso facto, ne sono diventato Parroco. Così la mia anzianità di Parroco risale a solo quindici anni dei quarantacinque effettivi, ma non mi preoccupo: qui non ci sono bollini per la pensione, visto che nemmeno la pensione esiste... E poi siamo o non siamo servi, non "inutili", ma - come spiega bene Silvano Fausti - "senza un utile", cioè senza pretesa di essere pagati?

Certo, non avrei fatto nemmeno metà della metà di ciò che abbiamo realizzato in strutture per la pastorale e per insegnare a lavorare, se non avessi avuto alle spalle il folto gruppo degli amici della Missione, in prima linea Brugherio Oltremare, ma non solo.

Ecco, ora guardiamo insieme verso il futuro: non è difficile, visto che, come dicevo, è già cominciato. Cinque anni fa, fulmine a ciel sereno, il Pime ha aperto a san Domingos portandosi via i due missionari che avevo con me qui a Suzana. Sono rimasto solo, del Pime, con la incipiente compagnia del mister Parkinson che già cominciava a darmi fastidio.

Ma c'era una novità: da prima di Natale 2011 il Vescovo ci aveva mandato padre Abraão Cabral de Oliveira, un prete diocesano con qualche anno di Messa. È arrivato un po' malconcio, ma la nostra gente lo ha rimesso in piedi. La stoffa è buona ed è partito con il piede giusto. Di progressi ne ha fatti tanti e, soprattutto, è stato capace di capire la situazione, il cammino fatto da queste comunità a cominciare da p. Marmugi. Non finisce mai di chiedermi notizie e vuole sapere il perché e il percome di tante scelte fatte. Ci siamo trovati a condividere tante scelte, tanti punti di vista, tante posizioni anche attuali nel contesto della nostra Diocesi. Devo proprio dire che si è trattato di un ottimo acquisto. La gente gli vuole bene e se lo merita. C'è una bella armonia anche con gli altri collaboratori: tra di loro c'è buon sangue e intesa, e anche con me. Ma quello che più importa è che ci sia tra di loro, perché loro sono il futuro: la Chiesa di Guinea che cammina coi suoi piedi e che assume in prima persona il lavoro missionario. Quello che mi piace non è solo l'accordo tra di loro, ma anche la dinamicità: stanno viaggiando nei villaggi per la catechesi, che per ora preparo io in felupe.

Con tutte queste premesse, cosa volete che provassi quando abbiamo fatto le consegne nella celebrazione presieduta dal Vescovo? Il giorno prima, su due piedi avevo pensato e scritto una celebrazione vigiliare che è stata molto apprezzata. Avevo il mio daffare per suonare e cantare, ma non ero distratto. Mi è sembrato tutto così naturale, l'avevo desiderato da così tanto tempo che.... tutto è andato liscio e sono tranquillo.

Ciliegina sulla torta: sabato prossimo vado all'ordinazione diaconale del nostro Matteo di Ejin, figlio di catechisti e nipote di due figure eccezionali: Kutujenuió e Anjiroken. Diciamo una famiglia "storica" della comunità di Ejin.

Ho ragione o no di dire che il futuro è cominciato?

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