«Dopo 70 anni di presenza in Guinea Bissau, il Pime può fare una valutazione positiva della sua storia. Il sudore versato, la malaria, la stanchezza, le frustrazioni e le sofferenze dell’anima non sono stati inutili. Tutto è nel cuore di Dio e molti in Guinea riconoscono l'importanza dell'Istituto al servizio della Chiesa e dei tanti fratelli e sorelle che ci hanno accolto. Ci hanno fatti sentire “a casa”.  Quando sono tornato in Guinea Bissau come vescovo nel 2001, una signora mi ha detto che ero "un figlio che torna a casa". E non stava pensando al "figlio prodigo" della parabola di Luca».

Queste parole, molto calde e sentite, sono state pronunciate da monsignor Pedro Zilli – missionario del Pime brasiliano, vescovo di Bafatà – durante l’omelia della Messa a Geba il 3 ottobre scorso. In quella solenne  celebrazione, culmine di un’intera giornata di festa, missionari del Pime e le missionarie dell’Immacolata, insieme ai volontari dell’Alp, hanno festeggiato i 70 anni di presenza del Pime in Guinea Bissau.

Nel suo discorso Zilli ha passato in rassegna velocemente quanto compiuto dal Pime in questi decenni: «Lavori di tipo culturale, studi linguistici, primo annuncio del Vangelo nelle tabankas (i villaggi dell’interno), traduzioni della Bibbia, dei testi liturgici e per la catechesi, scuole per catechisti, attività a servizio delle famiglie, la Caritas, la radio, l'animazione missionaria, vocazioni diocesani e missionari… Tutti i missionari, ognuno a modo suo, hanno dedicato e dedicano la loro vita alla missione», ha sottolineato il vescovo, che ha concluso la sua lettera invitando il Pime, guardando al futuro, a continuare con entusiasmo nel suo compito essenziale di «animare in senso missionario la Chiesa locale»: «I missionario del Pime devono irradiare entusiasmo e aiutare il popolo di Dio a comprendere la bellezza di una vita dedicata totalmente e senza riserve alla missione».

Anche padre Fabio Motta, attuale superiore della regione Pime locale, ha ricordato il passato per guardare al futuro. «Il Pime arriva in Guinea Bissau in seguito alla decisione del Superiore di allora, mons. Balconi, di aprire l'istituto alle Americhe e all'Africa», ha detto in  apertura della celebrazione . Nel dopoguerra – è noto - il Pime si trovava un consistente numero di missionari giovani in attesa di destinazione con le porte chiuse sulle "storiche" missioni d'Asia (India, Bengala, Hong Kong, Cina, Birmania) a causa delle numerose espulsioni dalle colonie inglesi... Dopo aver rifiutato la proposta della Santa Sede per un servizio a Capo Verde perché non propriamente di primo annuncio, «il Pime – ha ricordato padre Motta - ha accolto con gioia la proposta della Guinea "portoghese", così si chiamava a quel tempo, perché corrispondente al carisma specifico dell'istituto».

Il primo gruppo di missionari del Pime che arrivò in Guinea il 25 maggio 1947 (Domenica di Pentecoste) era composto da sei padri e un missionario laico: p. Settimio Munno, p. Arturo Biasutti, p. Spartaco Marmugi, p. Efrem Stevanin, p. Filippo Croci, p. Luigi Andreoletti e fratel Vincenzo Benassi. «Arrivarono al porto di Bissau dopo dieci giorni di viaggio in nave da Lisbona. La prima sorpresa proprio al porto: si aspettavano il Prefetto Apostolico a riceverli. In fondo erano il primo gruppo di missionari non francescani e non portoghesi ad arrivare in Guinea per rimanere. Invece, scrive p. Biasutti nel suo simpatico diario, trovarono soltanto l'impiegato della Prefettura. Dopo pochi giorni a Bissau il gruppo viene mandato fuori dalla capitale (la praça) con destinazione Bafatà e Geba. E così comincia l'avventura, molto dura agli inizi per via della mancata accoglienza e dell'isolamento».

Ha poi continuato padre Motta: «Ricordare le origini per noi del Pime oggi in Guinea Bissau deve diventare stimolo per tenere vive due dimensioni che hanno poi caratterizzato l'apostolato durante questi 70 anni. Primo: prediligere le periferie, i villaggi dell’interno, le "tabanke" rispetto alla "praça" per avvicinarsi a tutti. Il Pime ha inaugurato l'impegno "ad gentes" in Guinea Bissau. Prima ci si rivolgeva ai "civilizados" e si faceva assistenza ai portoghesi presenti. Secondo: l'incontro con le culture locali. Da subito i missionari hanno osato andare contro le disposizioni obbligatorie dell'uso esclusivo della lingua portoghese adottando invece la lingua creolo, nella catechesi. Una cosa inaudita. I missionari hanno anticipato le conclusioni del Concilio sull'uso delle lingue locali, con uno sguardo critico sui metodi di evangelizzazione adottati. Sono due aspetti importanti che devono risvegliare in noi oggi l'impegno a proseguire su questi binari individuando le priorità della nostra presenza in una realtà di chiesa e di società nuovi».
Dall'Italia - dove si trova per controlli di salute – padre Zé Fumagalli  (decano della missione Pime in Guinea Bissau) ha scritto un messaggio che è stato letto durante la Messa in cui dice: «Mi associo al ringraziamento per i 70 anni che il Signore ha concesso al nostro Pime di lavorare in Guinea, alla richiesta di perdono per le eventuali negligenze che ci sono state e chiedo la grazia di fare una lettura serena del cammino che Lui ci ha concesso di fare, per riconoscere e discernere gli elementi positivi che ci aiutino a continuare in una nuova tappa con energie rinnovate e con chiarezza di intenti».

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