Oltre 47mila bambini di strada accostati, più di 500 riabilitati; attualmente 33 usufruiscono in maniera stabile di un percorso scolastico e uno di essi è uno studente universitario. In poche cifre, ecco condensati i dati della “Pathashishu Sheba Shangathan”, un’associazione, fondata da fratel Lucio Beninati, missionario laico del Pime nel 2007, che lavora per promuovere i diritti dei bambini, in particolare di quelli di strada.

I suoi 750 volontari operano nelle strade di Dhaka, la capitale del Bangladesh, dando a questi bambini vulnerabili accesso all'assistenza sanitaria, all'educazione, a forme di svago e di tutela. Ma, al di là dei numeri, il servizio reso da fratel Lucio e dalla sua associazione, in un contesto delicato come quello del Bangladesh di oggi, è un segno profetico di servizio ai poveri oltre ogni barriera etnica o di religione.

Il decimo anniversario dell'organizzazione è stato solennemente festeggiato nei giorni scorsi presso l'auditorium della Bangladesh Shishu Academy. Nel corso della cerimonia hanno parlato il fondatore di “Gonoshasthaya Kendra Zafrullah Chowdhury”, l'attivista per i diritti Sultana Kamal, il Centro per la riabilitazione del fondatore Paralizzato Valerie Ann Taylor, il medico Pran Gopal Datta, oltre a fratel Lucio Beninati, fondatore e coordinatore di “Pathashishu Sheba Shangathan”. Egli ha spiegato come il suo lavoro sia stato possibile grazie all’appoggio di circa 750 volontari che lavorano per i bambini senza alcun tipo di compenso.

Fratel Lucio Beninati, 61 anni, da 12 vive con i bambini di strada della capitale del Bangladesh. Molto più caotica di altre, la metropoli accoglie un decimo circa dell’intera popolazione del Paese, oltre 150 milioni di abitanti. Negli ultimi anni vi si notano vari segnali di cambiamento, tra i quali l’enorme aumento del traffico già impazzito di suo, ma rimane evidente lo squilibrio tra una ridottissima élite di ricchi e le enormi masse di poveri. Nonostante lo sviluppo recente, dovuto soprattutto all’industria manifatturiera, milioni di persone continuano a vivere in baracche di bambù e lamiera addossate l’una all’altra.

È in una di queste baraccopoli la “casa” di fratel Lucio. Quando non è per strada, vive in un bugigattolo di 6 metri quadri, in perfetto stile Charles de Foucauld, come aveva fatto nei nove anni precedenti, nelle favelas dì San Paolo del Brasile. Spiega fratel Lucio: «Credo che, in un Paese quasi totalmente musulmano come il Bangladesh, vivere a livello dei più piccoli, sperimentando i loro stessi disagi riduca al massimo le diffidenze e ci consegni nelle loro mani. Un abbandono disarmante, che genera fiducia e facilita i rapporti. Questa mia strana chiamata missionaria non mi porta a costruire ospedali, chiese, scuole o case, ma produce dialogo. Il dialogo del “gomito a gomito”».

Del gruppo dei suoi bambini di strada fanno parte molti musulmani, qualche induista e pochissimi cattolici. Un segno di forte portata simbolica in un Paese che, caratterizzato storicamente da un islam tollerante, negli ultimi anni si è trovato a fare i conti con la violenza dell’estremismo di marca islamista.

Povertà, semplicità e dialogo sono le parole-chiave della missione di fratel Lucio, che da buon missionario in un contesto complesso come quello asiatico, non è preoccupato dei numeri: sa bene che i ragazzi che lo seguono rappresentano una goccia nell’oceano, ma a lui va bene così. 

 
 
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