Pubblichiamo una seconda parte della testimonianza (non rivista dall’autore) del cardinale Orlando Beltran Quevedo, da 20 anni arcivescovo di Cotabato nella tormentata regione di Mindanao; il presule l’ha offerta durate l’assemblea regionale annuale del Pime nelle Filippine, in occasione nel cinquantesimo della presenza dell’Istituto nel Paese tenuta nel corso dell’incontro. Grazie a padre Luciano Benedetti per la preziosa collaborazione.

Nella sua relazione il cardinale Quevedo ha fatto un parallelo tra lo stile missionario degli Oblati di Maria Immacolata (OMI), suo istituto di appartenenza e quello del Pime. «Gli OMI hanno un motto che dice Evangelizare pauperibus misit me (Mi ha mandato per evangelizzare i poveri) che esprime il nostro carisma. Andare alle periferie per noi ha voluto dire lavorare nell’area dei baraccati a Caloocan (zona urbana a nord della capitale Manila, ndr), poi in Cebu (grande città nella zona centrale del Paese) e, infine, Cotabato, in mezzo ai musulmani. Quando la diocesi di Cotabato fu divisa in due, una parte del sud fu data ai padri Passionisti provenienti dalla Cina. Noi OMI decidemmo stare nel nord perché volevamo rimanere vicino ai poveri e in quel tempo pensavamo che i musulmani fossero i più poveri. Oggi sono i Lumad, i tribali, i più poveri».

Ha poi continuato: «Noi OMI volevamo andare nelle periferie, per dirla con il linguaggio odierno di papa Francesco; allo stesso modo vedo il PIME andare alle periferie, dove altri non vogliono andare. Mi hanno detto che un paio di voi andarono anche nelle isole Sulu dove ci sono solo due preti diocesani, il resto sono OMI, per dedicarsi ai poveri. Anche i sobborghi di Manila sono periferie; scegliete parrocchie nelle periferie, in mezzo alla gente che soffre, che ha grandi problemi come criminalità, che rischia di perdere la speranza».

«Una terza qualità – ha continuato il cardinale - che accomuna gli OMI al Pime: la semplicità. Non ho mai visto in Kidapawan i padri del PIME vestiti formalmente, eccetto quando celebravano la Messa: preferivano abiti semplici e uno spirito di povertà. Ricordo che, molti anni fa, padre Sandro Bauducci costruì una grande casa nella zona di Greenfields; quando andai per benedirla, si scusò perché era molto grande e ripeteva “Bishop, ini balay sa mga tawo” “Balay sang katawhan” (la casa del popolo), cercando di farmi capire che non era la casa del prete ma del popolo. Ho benedetto la canonica e mi sono accorto che c’erano molti spazi riservati per gli incontri con i laici e leaders».

Il cardinale Quevedo ha poi toccato il tema del dialogo interreligioso, citando persone come padre Sebastiano D’Ambra e quanti cercano di organizzare i lumads tribali. A questo proposito, Quevedo ha ricordato un interessante aneddoto. «Ricordo il capo tribale in Bacong. Non erano cristiani e da tempo l’unica cristiana era una maestra elementare, che si chiamava Unday Bulagbag; eppure avevano costruito una cappella col proposito di diventare cattolici. Un giorno il capo tribale raduna la sua gente chiedendo “Che tipo di cristiani volete diventare? Cattolici? Oppure membri della Iglesia ni Cristo?”. Fece alzare la mano e vinsero i cattolici; così cominciammo un anno di catecumenato, con l’aiuto del programma per i tribali promosso dalla Diocesi e dei catechisti di Tulunan. Quando sono ritornato a visitarli, avevano realizzato il Tribal Health Care: stavano costruendo dei semplici bagni e alla maestra era stata data una casa per dormire, mentre il posto per il padre era nel mezzo, tra i bambini. Padre Peter dormiva là in questa stanza-casa, accanto ai bambini che avevano la scabbia”. Continua: “Non abbracciarli”, mi dicevano; erano graziosi ma pericolosi, perché la pelle poteva infettare chi li toccava. Un giorno ero là in mezzo tra due bambini , avevo la mia giacchetta piegata come cuscino, nessuna coperta; durante la notte mi accorsi che un bambino aveva un piede sopra me e l’altro una mano. Dissi a me stesso “Ora sono infetto”».

Ancora: «Voi del Pime avete la passione per il Regno di Dio, per la giustizia sociale e la pace e vivete un impegno nel dialogo interreligioso, con i tribali e i musulmani. L’ho visto nei missionari di Kidapawan e nell’area di Zamboanga. Padre Fausto Tentorio è morto per questa passione, la stessa cosa vale per padre Tullio Favali. Era un uomo pacifico, ricordo i suoi occhi molto intensi, il sorriso, come il suo modo di parlare con dolcezza. L’hanno ucciso al posto di padre Peter Geremia, cercavano Peter; a quel tempo tutti gli stranieri erano considerati comunisti! Analogamente, ricordo il martirio di padre Salvatore Carzedda e il rapimento di padre Giancarlo Bossi».

Il cardinale Quevedo ha poi ricordato che «anche gli OMI hanno avuto i loro martiri. I padri Paul Drone, Edward McMahon, fratel Michael Braun (decapitati dai giapponesi), p. Nelson Javellana e i suoi volontari caduti in un'imboscata nella zona di Cotabato nel 1970. Tre di loro versarono il sangue a Sulu e Tawi-Tawi, il vescovo Benjamin de Jesus il 4 febbraio 1997, p. Benjamin Inocencio il 28 dicembre 2000 e p. Jesus Reynaldo Roda il 15 gennaio 2008. Tutti sono stati uccisi mentre erano impegnati nei programmi di giustizia sociale. Come i vostri tre: Tullio, Salvatore e Fausto. Quando si lavora per la giustizia per instaurare il Regno, si fanno subito nemici».

Condividi
FaceBook  Twitter  

 

 

SCHEGGE DI BENGALA

Il Blog di P. Franco Cagnasso

LETTERA DALLA MISSIONE

Il Blog di P. Silvano Zoccarato

Vai all'inizio della pagina

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso.  Leggi di più