In occasione dell’arrivo del Pime nelle Filippine, esattamente mezzo secolo fa, esce per i tipi della EMI il volume “Una fedeltà a caro prezzo. I primi 50 anni del Pime nelle Filippine: una storia di missione e martirio”, scritto dal giornalista Gerolamo Fazzini.

Frutto di una ricerca storica, di interviste a diversi missionari (in loco e in Italia) e di un reportage nelle Filippine compiuto a inizio 2018, il volume documenta, con taglio giornalistico, l’impegno dell’istituto nelle varie situazioni in cui è stato chiamato ad operare, tanto in ambiente urbano a Manila e dintorni quanto nell’area rurale nella difficile realtà di Mindanao.

Di seguito presentiamo l’introduzione.

Potrà sembrare strana, agli occhi di qualcuno, la scelta della foto in copertina, che ritrae un gruppo di persone e un missionario sorridenti, unita a un titolo forte «Una fedeltà a caro prezzo». Il motivo è presto detto: i cinquant’anni di amicizia del Pime con il popolo filippino e la sua Chiesa sono trascorsi in un contesto certamente segnato da difficoltà e pericoli (simboleggiati, nella foto, da padre Luciano Benedetti, sequestrato nel 1998), ma dentro una trama di relazioni quotidiane e ordinarie, così come ordinaria e quotidiana è la scena, in un villaggio come tanti, ritratta in quella foto. Nessun eroismo gratuito, nessun gesto eclatante fine a sé stesso, quanto, piuttosto, un tenace e appassionato cammino di condivisione con la gente, specie i più poveri. Da questo punto di vista, i tre padri del Pime uccisi nelle Filippine (Tullio Favali nel 1985, Salvatore Carzedda nel 1992 e Fausto Tentorio nel 2011) possono essere definiti, sulla scia di quanto scrive papa Francesco in Gaudete et Exsultate, «martiri della porta accanto».

Questo libro altra pretesa non ha se non provare a ricostruire le tappe principali del mezzo secolo lungo il quale si è dipanata l’amicizia «a caro prezzo» tra il Pime e le Filippine: una vicenda affascinante e, insieme, molto travagliata. Una vicenda che ha del paradossale, se pensiamo che gli ultimi tre martiri dell’istituto sono stati uccisi nel Paese più cattolico d’Asia, dove l’85% della popolazione è battezzata e dove le tradizionali celebrazioni per il «Nazareno nero» a Manila coinvolgono ogni anno circa quasi 10 milioni di persone.

Le Filippine rappresentano anche la terra da cui provengono molte badanti italiane, dolci e sorridenti, tant’è che filippina è diventata sinonimo di collaboratrice domestica. Lo stereotipo, dunque, vorrebbe che si trattasse di un Paese «facile» dal punto di vista missionario. La verità è che le Filippine sono sì un Paese a larghissima maggioranza cattolica, ma nel Sud del Paese esiste una presenza musulmana consistente, tentata da un crescente fondamentalismo. Quanto al sorriso, se abbonda sui volti dei filippini non è certo perché il loro possa definirsi un Paese tranquillo. Il ritorno alla vita democratica fa data dal 1986, con la caduta del dittatore Marcos, grazie alla cosiddetta «Rivoluzione dei fiori e dei rosari». Tuttavia, anche oggi, a più di trent’anni di distanza, dopo una serie di figure politiche tutt’altro che memorabili (dall’ex attore Joseph Estrada al pugile Manny Pacquiao), le Filippine si stanno di nuovo misurando con un altro personaggio inquietante: il presidente-dittatore Rodrigo Duterte, che si è guadagnato una poco lusinghiera immagine, soprattutto a livello internazionale, a motivo del pugno di ferro con cui pretende di mantenere l’ordine nel Paese.

Il più grande Paese cattolico dell’Asia (che dal 2014 ha oltrepassato la soglia dei 100 milioni di abitanti) è anche quello con un tasso di corruzione da capogiro, al punto che un prete di Manila ha promosso il movimento «Non ruberai». Il Paese che a gennaio 2014 ha segnato un aumento del Pil pari al 7,2% (seconda economia asiatica dopo la Cina) è pure quello dove, nello stesso periodo, quasi tre milioni di famiglie erano senza lavoro e dove il 41% dei nuclei familiari non ha cibo a sufficienza. Ragion per cui la Chiesa filippina, in vista della visita di papa Francesco nel 2015, ha promosso un Anno dei poveri per sensibilizzare le coscienze e raccogliere aiuti.

Le Filippine sono un concentrato di contraddizioni, a partire dalla peculiarità del territorio: oltre settemila isole (duemila quelle abitate) distribuite su un territorio di 300 mila chilometri quadrati. Se Manila conosce uno dei livelli più alti al mondo di urbanizzazione e densità di popolazione, al Sud o in altre isole la distribuzione degli abitanti è completamente differente. Le Filippine sono uno dei Paesi al mondo più esposti alle catastrofi naturali e Manila è al terzo posto tra le città dell’intero globo quanto a vulnerabilità agli effetti dei cambiamenti climatici. Ancora: oltre 10 milioni di persone, in prevalenza donne, si trovano all’estero in cerca di occupazione: il governo le esalta come nuovi eroi, la Chiesa promuove iniziative di formazione professionale per arginare l’emorragia.

È in questa terra così particolare che al Pime, nell’arco di cinquant’anni di presenza, è accaduto quello che non s’è verificato in nessun’altra delle missioni dell’istituto, almeno tra quelle di recente fondazione: è qui, infatti, che alcuni sacerdoti del Pime sono stati espulsi, altri rapiti o minacciati, diverse vocazioni sono andate in crisi e, soprattutto, è qui che si è verificato il martirio di ben tre preti, nell’arco di nemmeno un trentennio. Tre martiri che si inseriscono in una lunga lista di persone (laici, preti, vescovi, ma anche giornalisti e leader di comunità) uccise a motivo del loro impegno a fianco dei più vulnerabili. Una storia di violenza che, purtroppo, non vede la fine, come documenta la cronologia che proponiamo più avanti.

Storicamente, il Pime raggiunse le Filippine (seppur in modo fugace) alle origini della sua storia, quand’era ancora Seminario lombardo per le missioni estere. Ma è nel fatidico 1968 che l’istituto mette piede nel Paese per restarci. Dire Sessantotto non significa soltanto evocare il clima infuocato delle proteste di quegli anni o le turbolenze del post-Concilio. Quando i superiori del Pime, accettando una richiesta della Chiesa locale, decisero di inviare i primi missionari non potevano immaginare che quell’anno avrebbe pure segnato in maniera fortissima la stessa storia delle Filippine: è nel 1968, infatti, che si costituisce il Partito comunista filippino, dal quale poi nascerà il suo braccio armato, il New People’s Army (Npa); ed è sempre nel 1968 che prende vita il movimento separatista musulmano.

Ciò detto, la missione Pime nelle Filippine è interessante (e fors’anche paradigmatica dell’avventura missionaria «ad gentes» in generale) se la si legge come una serie continua di tentativi, condotti dall’Istituto nel suo insieme e dai singoli membri, di rispondere alle circostanze in modo da essere il più possibile aderenti agli appelli della storia. In ultima istanza, un esercizio costante, personale e comunitario, di discernimento della volontà di Dio. Un esercizio tutt’altro che semplice, se teniamo presente, da un lato, le difficoltà oggettive di comunicazione, imposte dalla particolare conformazione geografica del Paese (dove sovente ci si sposta in aereo e via mare) e, dall’altro, il clima costante di tensione che aleggia in Mindanao, dove ha operato e opera la maggioranza dei missionari del Pime.

Tra tutte le missioni del Pime, quella nelle Filippine è forse una di quelle che ha conosciuto il maggior numero di insuccessi, di «cambiamenti di strategia», in ragione di una situazione complessa e fluida, segnata da vari fattori problematici, in cima ai quali stanno la spinosa questione dell’autonomia politica di Mindanao, il progressivo irrigidimento in senso fondamentalista dell’islam locale e la lotta, che continua da mezzo secolo, tra i ribelli di sinistra del Npa e il governo centrale di Manila. Difficile contare il numero esatto dei missionari che, in terra filippina, sono stati minacciati di sequestro o di morte e, perciò, costretti a cambiare residenza per un tempo più o meno lungo. Dal momento, però, che l’esperienza del fallimento e della docilità a una storia che solo Dio può davvero governare è parte integrante della vicenda missionaria in quanto tale, possiamo affermare che la storia del Pime nelle Filippine risulta bella e appassionante, ancorché complessa, proprio se letta con gli occhi della fede. Ha scritto padre Franco Cagnasso, già superiore generale dell’istituto: «Il Pime nelle Filippine vuole essere, ed è, un gruppo di credenti chiamati a lasciare le loro terre e le loro Chiese per immergersi in quel popolo e far parte di quella Chiesa. Non ha progetti prestabiliti, se non quello di vivere lì il suo carisma di ascoltare e annunciare il Vangelo. Questa immersione trasforma e fa emergere le strade da percorrere. Si evidenziano esigenze che solitamente la Chiesa locale coglie poco o trascura, ed esse diventano appelli per l’impegno dei missionari: le popolazioni aborigene, i diversi gruppi musulmani, gli emigranti, un dialogo che parta dallo spirito, tanto più necessario quanto più la società è attraversata da divisioni e violenze, gli emarginati delle città e delle campagne. Non serve isolarsi, ma un coraggioso e paziente stimolare e precedere. Bisogna “stare dentro” e allo stesso tempo non fermarsi, andare oltre, mettersi dalla parte dell’altro: sono le caratteristiche della vocazione degli Istituti missionari».

«Stare dentro» e, allo stesso tempo, «andare oltre»: camminare al passo della Chiesa locale e, insieme, esercitare una funzione umilmente profetica, di avanguardia: è quello che hanno cercato di fare i missionari del Pime lungo questi cinquant’anni di storia, non senza fatiche ed errori (si vedano ad esempio le parole che monsignor Aristide Pirovano pronuncerà, da superiore generale, dopo gli eventi di Tondo).

Al di là delle diverse situazioni contingenti, è possibile rintracciare un filo rosso che si dipana in tre direzioni. La prima: un’attività pastorale che, rispondendo alle richieste della Chiesa locale, ha sempre cercato di prediligere le situazioni più povere, le fasce di persone più vulnerabili e le comunità più isolate geograficamente. La seconda: un impegno nel dialogo con l’islam che si è concretizzato, soprattutto ma non esclusivamente, nella realizzazione del movimento Silsilah. Infine, ma non meno importante, la dedizione alla causa dei tribali (b’laang, manobo, subani, ati…), la lotta in difesa dei loro diritti e delle loro terre: un impegno che ha coinvolto, nel tempo, diversi missionari. In una parola: in un Paese cattolico per tradizione antica, il Pime ha sempre cercato (e tuttora cerca) di collocarsi in quei contesti di frontiera che tipicamente gli si addicono, in quanto istituto missionario «ad gentes».

È stato così fin dall’inizio, a partire dal fatidico 1968, quando i primi «pimini» sono sbarcati nelle Filippine. Rifiutata la direzione del seminario minore di San Pablo, i missionari hanno avviato prima la conduzione della parrocchia di Santa Cruz, poi la presenza a Mindanao, nella diocesi di Dipolog e il lavoro a Tondo, un buco nero di degrado e violenza nel cuore di Manila. Anche se l’impegno pastorale richiesto all’istituto per tanti versi era simile a quello tipico dei preti diocesani, il Pime ha cercato di svilupparlo con tratti autenticamente missionari e con uno spirito innovativo. Come ha scritto padre Piero Gheddo nel suo monumentale volume sui 150 anni dell’istituto, «la storia ha dimostrato che la linea scelta dal Pime nelle Filippine ha avuto il grande merito di svegliare una Chiesa ancora tradizionalista, compresi vescovi, sacerdoti e religiosi». Lo stesso lo si può dire di molti dei luoghi dove i missionari del Pime sono stati chiamati ad operare: lo sforzo costante è sempre stato quello di mettersi a servizio della Chiesa locale, riconoscendola sì come primo soggetto dell’evangelizzazione, ma tenendo sempre viva l’attenzione sulla dimensione dell’«ad gentes», sui non cristiani, e cercando, per quanto possibile, di cogliere le sfide che – di volta in volta – la storia sottoponeva.

Quanto effettivamente il Pime sia riuscito nell’intento è difficile dirlo: obiettivo di questo libro non è certo quello di attribuire pagelle a chicchessia né, ancor meno, di indugiare trionfalisticamente sui risultati conseguiti. Piuttosto, al lettore rivolgiamo l’invito a seguire, pagina dopo pagina, un’avventura missionaria che, pur se ricca di alti e bassi, come del resto ogni impresa umana, è stata (ed è) ancora guidata dall’imprevedibilità dello Spirito, vero e motore di ogni storia di evangelizzazione. Nelle Filippine come a qualsiasi latitudine.

Se c’è un rammarico che mi sento di esprimere, a lavoro concluso, è forse il fatto che – per quanto io abbia cercato di scrivere un libro corale, cercando di dar voce a tanti dei protagonisti della storia missionaria Pime nelle Filippine – mi rendo conto che alcune figure e talune vicende avrebbero meritato più spazio e approfondimento e che, forse, anche alcuni vescovi avrebbero dovuto essere ritratti con maggior risalto. Analogamente, mi sento di aggiungere che, solo per ragioni di spazio (e non certo perché non lo meritassero!), nel volume soltanto fugacemente sono ricordate alcune figure laicali, collaboratori e collaboratrici preziose dei missionari. Averle citate, anche se solo brevemente, vuol essere tuttavia un piccolo ma significativo tributo di gratitudine a tante donne e tanti uomini ai quali la missione del Pime (e quella della Chiesa, in generale) sicuramente deve molto.

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