«La loro beatificazione ha fatto affiorare un desiderio di fratellanza fra le diverse anime di questo Paese. Molti imam e autorità algerine hanno voluto partecipare alle cerimonia, testimoniando che è possibile vivere insieme». Intervistato da “Tracce”, mensile di Comunione e Liberazione, padre Marco Pagani, missionario del Pime, racconta lo straordinario evento vissuto l’8 dicembre scorso con la beatificazione di 19 religiosi e religiose uccisi in Algeria nel corso della guerra civile che ha scosso il Paese per un decennio (1991-2001). Per la prima volta in un Paese musulmano sono stati celebrati dei martiri cristiani.

Padre Marco vive da un anno circa in Algeria, dopo due periodi (per un totale di 14 anni) di servizio in Camerun. La sua attuale missione si trova a Touggourt, oasi di 150 mila abitanti nel Sahara orientale. Con padre Davide Carraro, suo confratello, già attivo in Costa d’Avorio (li vediamo insieme nella foto) e tre suore Piccolo sorelle di Gesù, formano la minuscola comunità cristiana del luogo.

L’evento della beatificazione, sottolinea padre Marco, ha rappresentato un momento importante nella storia del Paese, ancora pesantemente segnato dalle conseguenze della guerra. «Quando, nel 2002, è finito il conflitto, è calato il silenzio. E nel silenzio sono cresciute la rabbia e la paura. Non sono pochi quelli che ancora oggi prendono psicofarmaci per poter continuare a vivere dopo quello che hanno visto».

Quanto alla sua missione, spiega padre Pagani: «Sono stato mandato a Touggourt con il compito di occuparmi della parrocchia, perché diventasse un luogo di accoglienza per le persone che transitano di qui. Ho iniziato anche a studiare l’arabo perché da subito è stato evidente che il francese non era sufficiente a entrare in dialogo con la gente, soprattutto con i giovani che non lo studiano più a scuola».

Le giornate – racconta padre Marco a “Tracce” – trascorrono tra lo studio, la preghiera e le incombenze di tutti i giorni, a partire dalla spesa. La gente li chiama «quelli che pregano con le mani giunte». Ogni tanto padre Marco e il confratello Davide vanno nel deserto a pregare, in perfetto silenzio: «Non si ha idea – spiega – di quanto sia lunga un’ora passata così. Si sente solo il vento, quando c’è. Le prime volte il disagio era forte. Ma proprio per questo tutto lì diventa preghiera».

Per spiegare il senso della sua presenza in Algeria, padre Marco rievoca il brano evangelico della Domenica delle Palrme, quello che narra il gesto di Maria Maddalena che cosparge Gesù di prezioso olio profumato. «Quello “spreco” mi sembra una caratteristica dell’amore vero. Non si sa come andrà a finire quando si ama. Ecco, Dio si “spreca” così per noi. Si svuota. E questo è ciò che dà senso al nostro essere qua. E al dono dei 19 martiri: un seme posto in questa terra perché il cuore di ogni uomo possa incontrare la pace più vera».

Molto bella la conclusione dell’intervista. Citando i sette monaci di Tibhirine, padre Marco afferma che sarebbe impossibile rimanere in Algeria senza una forte coscienza della necessità dell’offerta totale di sé. «Qui non si può fare come nelle altre missioni: non ci sono scuole e opere da costruire. Tutta la nostra missione si radica in questo “esserci”». Ancora: «Come padre Christian, che ha potuto dare tutto perché viveva solo del rapporto col Padre, anche io qui vivo di una domanda che mi porto dietro da anni: “Cristo mi basta per vivere?”. Ogni giorno dico il mio “sì” e aggiungo una piccola risposta. Ma credo che la questione si chiuderà solo quando lo vedrò faccia a faccia».

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