di p. Franco Cagnasso

Per i più, queste parole hanno sapore di cose passate, di mentalità estranee al nostro tempo, che rifiuta romanticismi ed eroismi inutili. Che si tratti di "martiri" per la patria o per la fede, sembrano comunque uomini di altre culture, dove c'era o c'è ancora l'ingenuità di sacrificarsi e dare la vita per un ideale, pensando che ne valga la pena... Oppure, fra i credenti, hanno sapore di cose eroiche.
Di immediatamente vero e concreto, nel martirio, ci sono prima di tutto la sofferenza, l'ingiustizia, la crudeltà, la morte e la sconfitta dell'umano. Se c'è un martire è perché ci sono uomini ferocemente intolleranti, uomini di potere o servi della violenza che non sopportano la libertà, la bontà, la verità. Se c'è un martire è perché ci sono aguzzini che non hanno scrupoli a torturare ed uccidere, o a colpire di nascosto e fuggire da vigliacchi. Sarebbe bello che dopo ogni martirio ci fossero la conversione dei persecutori, il rinnovato coraggio degli oppressi, schiere di seguaci pronti a prendere il suo posto; ma non è così.
Noi dunque non lo vogliamo il martirio, che contraddice tutto ciò per cui si lavora e si lotta: il rispetto, la pace, la giustizia, l'amore fraterno, l'accoglienza di Cristo. Vorremmo piuttosto che questa parola fosse dimenticata, sepolta in un passato lontanissimo e irripetibile.
Ma è possibile questo?
L'assurdo del martirio è che non ha proporzione. Non viene da una lotta per il potere, dallo scontro per conquistare terre e denaro, da un confronto ad armi pari. Da una parte c'è Pilato che può giustamente affermare: "Ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce" (Gv 19, 10) e dall'altra Gesù che non vuole usare nemmeno una spada (cfr.Gv 18,11) e chiede per sé soltanto il potere della verità. Sì, perché il martire non è un forte, uno che disprezza la sua stessa vita in nome di una causa, un ostinato che mette a rischio tutto pur di avere ragione, un incosciente che pensa di vincere e cade perché presumeva di se stesso. Questa gente il mondo la teme prima, poi se perde la disprezza, e se vince la ammira... Ma il martire, per lo più, è difficile da capire.
Noi non lo vorremmo il martirio, eppure non possiamo fare a meno di metterlo in conto e persino, per chi ha questa grazia, di desiderarlo, perché esso è la via percorsa da Gesù davvero nuova che ogni generazione deve riproporre. Il suo discepolo accetta di diventare vittima perché il mondo sappia che l'unica via di salvezza è proprio lui, perché si senta dire anche oggi che Cristo è lì e non negli idoli. E che vale la pena di seguirlo, sì, anche a costo della vita! Il martirio è il momento della verità più alto. Il discepolo fedele al suo Maestro si fa odiare, scatena la rabbia di chi vuol fare il male camuffandolo da cosa buona, magari spacciandolo per il bene della gente, della nazione, o per la volontà di Dio.
Il martire non ha tempo. Era incomprensibile 2000 anni fa, ed è incomprensibile oggi; era ed è necessario proprio perché va oltre i criteri e i calcoli sapienti: "Chi perde la sua vita per me la guadagna" (Mt 10, 39).
A chi non crede più se non a ciò che tocca, vede e guadagna, a chi si è inaridito nell'idolatria di se stesso o delle sue ideologie, il martire risponde che la sua forza è Dio, il Dio della vita e del perdono, che la roccia su cui s'appoggia è Cristo. Alla follia che teme di perdere e si scatena opprimendo e uccidendo, contrappone il tranquillo mormorio della sorgente d'acqua viva che scaturisce in lui, frutto dello Spirito, logica di verità e di amore che nessun fuoco può spegnere e nessuna arma distruggere.
Bisogna dunque parlare del martirio, e vorrei saperlo fare senza retorica e con grande fede. Incominciando dal martirio di Gesù, perché la Croce non è una statuetta di gesso, ma un'orribile, rivoltante strumento di tortura, e Gesù ne ha avuto paura fino a sudare sangue.
Anche i martiri di oggi hanno paura. Li assale l'angoscia nella monotonia della vita in un carcere, nell'attesa di un giudizio, alla svolta della strada dove potrebbe essere in agguato l'assassino. Li assale il dubbio. Restare, per essere testimone alla mia gente? Andare, per non creare loro fastidi e sofferenze? Alberico Crescitelli è stato preso proprio mentre, dopo tanto rischiare con i suoi, stava scappando per non metterli in pericolo!
La Chiesa compie 2000 anni perché, nonostante i suoi errori e i suoi peccati, nonostante che persino molti suoi figli abbiano ucciso e creato martiri, non ha mai cessato di essere nutrita da questa vita nuova. Pur in mezzo a mille compromessi, sempre è rimasta la fede che la nostra esistenza va posta in Dio, che non ci si salva vendendo la verità in cambio della vita, ma proclamandola forte, perché essa è Cristo stesso.
In ormai quasi 150 anni dalla fondazione, 18 missionari del Pime hanno subito morte violenta. Due nei primi 92 anni, e 16 negli ultimi 52. E' un dato che fa riflettere, che ci sollecita al risveglio se per caso abbiamo pensato o presentato o vissuto una vocazione missionaria un po' annacquata, imborghesita, relativizzata.
"Beato quel giorno in cui mi sarà chiesto di soffrire molto per il tuo Vangelo, ma più ancora quello in cui fossi trovato degno di versare per esso il mio sangue": così recitano i Missionari del Pime quando ricevono il crocifisso della partenza. Così il Signore ci conceda di credere e vivere, per noi e per tutti i discepoli che il nostro tempo rende martiri, per tutti i piccoli che l'idolatria di ogni tempo schiaccia e uccide.

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