La normalità di fratel Felice: straordinaria!

 

Un bambino come tanti altri ma…

Felice trascorre spensieratamente la sua infanzia a Introbio con papà Battista, l’adorata mamma Maria, le sorelle Maria, Luisa, Adelaide e Anna, i fratelli Giuseppe e Primo.

Quella di Felice è una famiglia non solo numerosa ma anche profondamente religiosa: alla sera recita del rosario in comune e, finito il rosario, tutti a letto. “Non dimenticherò mai - scrive fratel Felice nella sua autobiografia - la raccomandazione di mia madre: «Ricordatevi figliuoli, di non tralasciar mai le vostre preghiere, per quanto brevi; e non mettersi a dormire come cani!». Quest’esortazione materna mi è sempre risonata nell’animo, spronandomi a esser fedele alle preghiere della sera, in qualsiasi luogo io fossi, solo o in compagnia, anche durante la vita militare e la prigionia”[1].

Il piccolo Felice frequenta con profitto la locale scuola elementare ed è sempre promosso con i massimi voti in tutte le materie, complici le cure premurose e attente della sorella maggiore Maria e della mamma che lo seguono in tutto, persino nella calligrafia.

Terminata la terza elementare, la mamma gli fa ripetere la classe per fargli “acquistare un po’ più d’istruzione”[2]. Dopodiché comincia a lavorare come apprendista fabbro presso l’officina del fratello maggiore Giuseppe. Gli anni passano tra lavoro, giochi sul sagrato della chiesa con gli altri ragazzini del paese e letture di romanzi di avventure e altri libri.

Nel 1911, all’età di 13 anni, Felice rimane orfano di padre, morto tragicamente in un’alluvione. La mamma Maria diventa il faro della sua vita ancora in crescita. “La mamma, «donna forte», non si lasciò abbattere dall’inattesa sciagura. A costo di sacrifici, che solo il Signore ha potuto registrare nel libro d’oro della sua vita, dimentica di se stessa e sollecita solo di noi suoi figli, ci sorresse e ci temprò con fortezza e amore. Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato una tal madre!”[3].

Mamma Maria è una madre molto attenta e premurosa, ma soprattutto una grande educatrice. Felice racconta che quando aveva circa 10 anni, tornando dal lavoro e passando di fianco a un campo di granoturco, vede delle belle pannocchie quasi mature e non resiste alla tentazione di prenderne una. “Arrivato a casa, con la mia pannocchia in mano, rimasi sorpreso a incontrare l’opposizione di mia madre: «Dov’hai preso questa pannocchia?». «L’ho colta nel campo di...» e dissi il nome. «Immediatamente vieni con me!», fece lei con lo cipiglio risoluto. E mi condusse dalla famiglia del padrone di quel campo. C’era in casa solo la moglie. «Comare, questa pannocchia appartiene a voi; è stata presa dal vostro campo. Riprendetevela, e scusatemi della marachella di mio figlio». Dicendo così, me la tolse di mano e gliela porse. Quella buona donna si schermiva: «Ma no, Maria, non fa niente. È cosa da poco. E poi, si sa, i ragazzi son sempre ragazzi!». La mia mamma fu irremovibile: «Niente affatto. È cosa che non doveva fare. Deve imparare a non rubare!». E imparai la lezione, e non l’ho più dimenticata, e il vizio del rubare, sia pur piccole cose, non ha mai sfiorato il mio animo. Oh, se tutte le mamme facessero così, credo che di ladri ce ne sarebbero ben pochi!”[4].

Una vita, quella di Felice, semplice e normale ma improntata ad una forte educazione cristiana in famiglia.

Marco Sampietro


[1] FELICE TANTARDINI, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 20.

[2] Ivi, p. 18.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 19.

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