Laici consacrati

Fra i sette che partirono per la prima missione in Oceania il 10 aprile 1852 vi erano due missionari laici, a quel tempo chiamati catechisti: Giuseppe Corti e Luigi Tacchini. Pochi mesi prima del martirio del beato Giovanni Battista Mazzucconi, il 17 marzo 1855, Corti morì, a causa delle febbri tropicali, primo di una lunga lista di missionari che daranno la propria vita per il Regno di Dio.

Rispetto ai sacerdoti, i missionari laici si contraddistinguono per il loro impegno nel quotidiano: la consacrazione del Battesimo li porta ad essere “sale della terra” e “luce del mondo” dovunque Dio li chiami a stare; il lavoro con la gente e per la gente diventa quindi la via privilegiata per testimoniare il Vangelo. Attraverso questa testimonianza di vita il missionario laico consacrato (questa la denominazione ecclesiale) diventa “fratello” di tutti, perché, in nome della scelta consapevole e radicale per Dio, non può non condividere ciò che è e ciò che ha con l’umanità intera.

Nella storia del PIME sono molteplici gli esempi di missionari laici impegnati nel servizio, in uno stile di operosità tanto silenziosa quanto efficace. Una figura-modello è senz’altro quella di Felice Tantardini, a lungo missionario in Myanmar, additata come esemplare dall’Istituto nell’anno dedicato alla riscoperta e valorizzazione del missionario laico (2017-2018).

La missione oggi necessita spesso di professionalità e di contributi specifici alla Chiesa locale. Il missionario “tuttofare” da tempo è sorpassato; a lui si chiedono servizi particolari. Questa professionalità molto spesso si addice maggiormente a un missionario laico che non a un prete e riguarda molti campi: sanitario, amministrativo, sociale, legale, educativo, comunicativo. Non solo: esistono ambiti dove ad un prete potrebbe essere interdetto l’accesso o comunque l’apostolato suo proprio. Il missionario laico, invece, cerca la sua strada anche lì.

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